DEDICATO A TUTTI QUELLI CHE…

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http://farapoesia.blogspot.com/2007/05/chiara-daino-finalista-al-tassoni-2007.html

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Monocito [Dama in volo]

[Dama, 20/25 anni.
Ambientazione: uno studio.
Dama è sdraiata – prona – su un tavolo. Un riflettore acceso, alla base del tavolo, è puntato sul suo volto. Dama, a occhi chiusi, si gode la luce artificiale come se fosse un sole estivo. Indossa solo un accappatoio bianco, marcatamente largo. Sorride. Improvviso spalancare gli occhi: si siede sul tavolo].
DAMA: «Io sono una dama, una Dama – Dama… Ma no! Questo non c’entra. Io sono un’attrice. Io sono. Io sono chiunque si possa. La riprova.
Io odio il buio. Odio il sonno. Odio la notte. Quando mi sveglio presto, mi svegliano gli uccelli. Sdraiata, guardo. Guardo e che sguardo! Quando? Quando le maniglie d’ottone dell’armadio si fanno chiare e gialle; e il catino dell’acqua… Ma no! Voi, voi non potete capire, pur ardite: conoscere… Voi dite. Voi non potete.
Voi non potete capire che cosa si prova quando si prova, quando si sente di recitare male… E vivere peggio. Quando tutti gli oggetti della camera risplendono, anche il cuore batte forte. Il corpo torna pieno; prima è rosa, poi giallo, poi è marrone. Troppi colori per una scelta sola. Rosso, sì! Rosso! Un vestito rosso. Come il tappeto: spettacolo.
Io voglio essere la prima! Devo. Devo scegliere: è giorno. Un giorno rosso… Lo sento. Quanto? Quanto il sole: nelle ossa! Le ossa si sentono sole e non è carne, non c’è altro che sostiene. Con le mani percorro le gambe e tutto il corpo: sento come si sporge – e la sua esilità. [Ritrae bruscamente i piedi sul tavolo come un ranocchio] Io sono una dama: ero un gabbiano. Io ero in gabbia… No! Questo non c’entra…
Voi non potete capire: quando i piedi si posano sul pavimento, piango. Sarà un giorno non bello? Imperfetto? Io sto bene. Tra poco lasceremo questa scuola e avremo gonne lunghe.
[Distende le gambe dinnanzi a sé e si fissa i piedi nudi]. Di sera avrò collane ed un abito bianco, senza maniche. E ci saranno feste! [Scatta in piedi] Un abito bianco! Un abito bianco e rosso! Rosso: tappeto e petali. Fiori! Sì? Fiori per me? Sì! Grazie! Grazie! [Si inchina a ricevere un’ovazione immaginaria]
Ci saranno feste. E un uomo mi vorrà, prima di tutte: mi troverà la più bella, la più, più di tutte. Di tutte le altre. Quelle con gli occhi verdi: gelose. Mostri di gelosia: Otelle novelle. E un uomo mi vorrà, ma non sarò di una sola persona. Eh già… Ma lui, lui non credeva nel teatro e non credeva alla verità, la verità che riposa sul testo. Io sono una dama e voglio essere la prima!
Ho ancora cinquant’anni da vivere, o sessanta: e non ho ancora fatto tutto quello che devo. La vita inizia qui! E ho qui, davanti, a me, una nuova giornata da forzare… Mentre dondolo i piedi, seduta…
CHI muove anche le gambe? Voi non potete capire: quando mi guardo vedo il corpo e la testa insieme, e quando muovo la testa e gli occhi, allora TUTTO IL MIO CORPO MAGRO diventa pieghe e le gambe SOTTILI sembrano un’alga in acqua… Tutto è reale, tutto, e tutto è saldo, senza vedere ombra che sia ombra, e sulla fronte la bellezza corre! E sulle guance…
Il corpo è corpo. E opera. È tutto lucido – le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso]
Io voglio essere la prima che si cambia il vestito! Mi legherò i capelli con il mio nastro bianco: quando salto, io voglio che il nastro sia bandiera! Non è bandiera bianca, ma segno: io voglio il tappeto rosso. Io sono un’attrice [declama con enfasi]
Il frutto è gonfio
sotto la foglia.
La stanza è d’oro;
io dico: vieni.
io dico: vieni
la stanza è d’oro;
Sotto la foglia.
Il frutto è gonfio
[Pausa. Chiude gli occhi per qualche istante, inspirando a fondo. Si risiede sul tavolo e riprende, pacata e placata]Ma no, questo non c’entra… Come siamo orgogliosi, noi sediamo qui e non abbiamo venticinque anni! Ci sono rami, donne, alberi; e macchine corrono via! Resta a noi: il deus. Ex machina. Anche lui.
E chi è giovane uscirà da un brutto buio, si guarderà sicuro intorno e avanti. E una porta si apre. Una porta, dopo, si apre sempre. La porta vicino e non è la mia! E mai: il lavoro. Non ha fine mai il lavoro, non finisce mai: il lavoro! Voi non potete capire: ero meschina, proprio come lui mi voleva. Ero mediocre, nella fossa di leoni fatti lenoni… Recitavo sconnessa e deprimevo anche la Stanza, così…
Per scommessa… Non sapevo più stare sul palcoscenico: restavo sul patibolo. Altre voci mi minavano e non riuscivo più a dominare la mia. La mia voce! Io: dama e domina! Io non riuscivo più a dominare la mia voce! Voi non potete capire. Ma dite. Non ditemi più di aver baciato la terra dove rotolavo. Io non sapevo più dove mettere le mani, mani che allungavano senza – mai – tendere…
Poi? «E poi il Sole baciò la mia Crisalide – e Io mi alzai – e vissi –». Ora le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso] Io voglio essere la prima. Dama viene, dama va. Dama vola. Io sono un gabbiano. Ma no, questo non c’entra… Pensa a una scimmia che lancia le noci: e io – non resterò seduta a lungo.
Volubile per gli uni; oppure rigida, fatta di angoli acuti come il ghiaccio; o voluttuosa – come il fuoco… L’oro… E rosso. Ancora. I piedi sul tappeto, non io. Voi dite?
Mai, mai! Non finisce mai il lavoro. Tra poco lasceremo questa scuola: da quando sono qui, faccio sempre delle lunghe passeggiate. Cammino e penso: passo fatto, passi falsi, passo – passo e passo a farsi…
Ho guardato. Ho osservato. Ho scelto il giallo o il bianco, il lucido o l’opaco, l’abito largo o aderente che stavano meglio. E ho osservato…
Ora divento grigia. Ora divento scarna. Mi contemplo nel viso a mezzogiorno, con luce piena, allo specchio; siedo. Ho cura nel guardare… Ma lui rideva sempre delle mie fantasie e derideva – sempre! – i miei versi… Bramìti, fantasticati… Io voglio essere la prima. E ora? Ora sono una vera attrice, recito con piacere, con godimento: diletto, non di letto! Sul palcoscenico sono come ebbra – e febbre e fuoco! E mi sento bella… La più! Una dama.
E poco importa se recitiamo o scriviamo: nobilita e opera. Poco importa. L’essenziale è la capacità, abile e ampia, di saper soffrire. Resistere.
Saper soffrire e non: offerta in pasto. Chi dice dama non dice: mangia. Tutto il mio corpo magro… Ma no: questo non c’entra… Di che? Di che cosa stavo parlando? Ah, sì! Il Sole baciò la mia Crisalide: sappi portare la tua croce e credi. Io credo e non soffro più…Tanto. E quando penso alla mia vocazione: azione è voce – non temo più la vita. IO NON HO MAI PAURA. Io sono una dama… Ma no! Questo non c’entra…
Io voglio essere la prima. Un soggetto per un breve riscontro.
[Si strofina gli occhi, sbadiglia e scoppia a ridere]

Non si finisce mai. Devo cambiarmi. Ecco la prova. Generale. Scena: a me! Deve essere buona.
La prima!

Chiara Daino

 

[Nel corpo del testo sono interpolati/interpretati alcuni estratti de Il Gabbiano di Anton Čechov e Jinny di Massimo Sannelli]

Sandro Pedicini è verso: Lucia

«Ciò che si fa per amore è
sempre al di là del bene e del male»
Friedrich Nietzsche

La citazione – overture che introduce l’opera – lirica di Sandro Pedicini è spia e benzina: messa in moto di/da: corda [in]tesa. Lucia, nomen omen: Lux, la luce – fuit.
E fu Chi vedesse a Lucia un var capuzzo di Guido Guinizzelli, la Santa presenza per Dante e per chiunque – nel simbolo/strumento della Vista. Mi-raggio che consola, che acceca, delinea e delimita.
Lucia è Donna, è Poesia, è Protettrice: è l’occhio che riflette e si riflette nei versi di Pedicini:

In piena notte, sei venuta
a svegliarmi nella notte;
piena, come la notte,
mi hai svegliato in piena
notte, con la notte, mi
hai abbracciato, e reso
la notte meno notte.

Il bisogno/ossessione quando la notte è la notte [dispiegando il metro felice di Massimo Morasso] di una piena [rot-Onda] a tempestare via ogni incubo è tema ripreso:

Ero felice nel cielo
mancando di corpo
ora in terra sono
castigato al tuo corpo.

La notte, mi tormenta!

Brucio nella bocca questo timore,
appena raggiunta la
promessa, mi minaccia di morte.

Oh, corpo del mio peccato degnami
nel tuo odore di una sepoltura.

Il corpo – prigione intona il suo Mehr Licht ! Mehr Licht ! nelle fiamme della Passione e della Condanna:

Ogni alba, ogni via,
ogni volta, nel fuoco
tutto posso; ma non bruciare
ancora oltre bella,
la tua luce diffusa a terra.
Pura la A, sono pronto,
a tutti i tuoi baci.

E la bocca dell’autore si apre al con-tatto intimo e scintilla: un’unica voglia [come antidoto, a mezzo anafora]

Ho solo voglia
di far l’amore con te
con sempre più voglia,
ho voglia
di far l’amore con te.
Con te ho solo voglia
di fare l’amore.
Nell’amore, ogni mia voglia
di fare l’amore con te.
Con tanta voglia
io mi arrendo a tanta voglia
di far l’amore con te.

È Nell’incontro profondo con le tue labbra che [si] trova il paradiso non corruttibile , nello spazio di un momento che si erge a monumento: il trionfo di un bacio. L’arco [bìos, strumento, spazio] della Storia [sia fatto privato sia metafora in atto].

Sandro Pedencini ricerca e ramifica la grande A: l’assoluta radice, l’amorevole cura [che guarisce e preoccupa] – prescrive Pura la A.

Vocazione che è vocale – chiara.

[ http://www.myspace.com/sandropedicini ]

 

Chiara Daino

La “Via del Pandeiro” è la Quinta [nota di Fabrizio Casalino]

180px-gurdjieff.pngs_bed350e6b745369590972b1fc6224855.jpg[in foto: G.I. Gurdjieff e Fabrizio Casalino]

Quando si pubblica – non è per tutti. Gusto, acquisto e radici sono fattori variabili. Ognuno ha il suo pubblico [bene o male] e non è patrimonio universale. Come la Natura: così [chi scrive] vuole mettere in circolo l’aria di un respiro privato, perché diventi ossigeno comune. E vento [evento di riflessione] alla luce della Lanterna. Inedito del genovese Fabrizio Casalino: parole nell’etere che si versano nell’altro – ed è saggio condiviso.

Chiara Daino

Non so a cosa ti riferisci, esimia.Se ti riferisci alla possibilità di scrivere un saggio sul tema da te proposto essa non mi spaventa, almeno non tanto da fuggire. Anche perché non riesco praticamente neppure a capire il titolo. Forse dieci anni fa ce l’avrei fatta. Dieci anni e dieci miliardi di miliardi di neuroni fa.
Anche se, a ben guardare neanche allora forse avrei potuto.Datosi che: non è stato facile ma sono riuscito a far sì che la mia ignoranza in fatto di teatro rimanesse assoluta.

Non è stato facile ma ce l’ho fatta.

Detta mia ignoranza può essere paragonata senza timore alla altrettanto mia ignoranza per la poesia, che non è seconda a nessuna ignoranza sino ad oggi conosciuta, fatta eccezione solo per l’ignoranza teatrale di un solo individuo presente in questo universo, individuo che ad un approfondito controllo risulto essere io.

Le due ignoranze di cui vado parlando, la cui magnitudo a stento può essere considerata da un cervello umano, sono – pur se smarginate – contenute all’interno di una ulteriore ignoranza che potrei definire “galattica”, la mia ignoranza dell’arte in genere, ed in particolare di quella pittorica.

Quanto all’uso della parola, a quel proposito ammetto di ricordare qualcosa. Ma è una memoria muscolare.
Ricordo che – quando ancora il mio cervello funzionava – avrei trovato parole degne per esprimere il seguente concetto: l’esistenza è vana. Breve. Folle. Imbarazzante. Fatto sta che a un certo punto devo aver deciso di vivere nel lusso. E l’unico lusso che posso permettermi è lo spreco integrale e sistematico di una intelligenza brillante.

Questo nel caso ti domandassi come ero arrivato a tanto.

Ciò detto, non vedo perché dovrei fuggire.

I sogni di stanotte non me li ricordo. Ma condivido le opinioni del signor Gurdjieff: pur se apparentemente sveglio, so di dormire anche quando deambulo. Svegliarsi, a quanto pare, è un privilegio riservato ad una ristrettissima cerchia di illuminati/scivertatipazzi. Ma dormo, adesso dormo. Dormo il sonno dei giusti? Dormo il sonno che capita?
Se ho difficoltà vuol dire che dormo il sonno degli ingiusti. Dormicchio il sonno degli ingiusti.
‘Notte!

Fabrizio

http://www.myspace.com/fabriziocasalino

Grenouille: con-testo del suono

Il salto è “dentro al fuoco” – oltre il verbo ristagnante: è per – corso di anafore [che non “ripetono” ma “rendono”]. Lo spartito metrico è volto a coniugare [il giusto legame di giogo] musica sostenuta e testi densi, all’insegna di una potenza espressiva [senza p’arti monche].
Terminologia e tematica non si piegano alla lectio facilior [“si cibava di Sinapsi”/ “Corto Circuito
Lisergico”] : assonanze, rime baciate/incatenate, giochi di parole – sono rimedio e compendio del “textus” teso – come corda.
L’ampio spettro [sia luce sia fantasma] della materia si alterna fra malattia e rabbia, sesso e rimpianto, nostalgia [passate storie] e rabbia [presa di coscienza dell’oggi]. La miscela si sostanzia in un periodo franto e sospeso tra punto di vista, puntini di sospensione, punto e a capo.
Sintomi e bollettini di guerra, con se stessi e con l’altro/altra, che sondano la fenomenologia delle dipendenze [cibo/droga/copula] – alla ricerca dell’unica cura possibile: esorcismo sonoro.

«L’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, ma nel rappresentare con novità» e re-citando Foscolo, depongo la penna e presto orecchio al palpito: il verde “gracido” [e gravido!] dei Grenouille

 http://www.myspace.com/grenouillemusic  


IO TE MILANO E L’ANORESSIA
(Una storia molto complicata finita male)
È una spirale da cui non esco
Ti dovrei odiare ma non ci riesco
Ti dovrei amare ma non posso adesso
È una spirale da cui non escoSe solo fossi stato il primo sarebbe stato un peso in meno
È una spirale da cui non esco
Ti dovrei odiare ma non ci riesco
Ti dovrei amare ma non ho successo
Ti dovrei odiare ma non ce la faccio adesso
Se solo fossi stato il primo sarebbe stato un peso in meno
invece il mio destino è appeso a un filo
Se solo fossi stato il primo sarebbe stato un peso in meno
invece il mio destino è il figlio numero Zero 

 Ringrazio Marco Bugatti [voce/chitarra] per i testi con-sentiti con-divisi.

Chiara Daino

Per me? – e rendo Grazie!

Quanta GRAZIA a cui render grazie…
Ancora una scrittura di luce Chiara sgorgata dalla vena del mio drammaturgo/poeta/critico/biografo [e ‘sti altera di curricula!] preferito…
E ancora un ritratto di Dama per l’obiettivo di Pietro Millefiore!

LOVE YOU SO!;)

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[POESIOLA PER CHIARISSIMA INANELLATA]

Stellina lontana in questo scampolo d’inverno stellina lontana
sotto la sferza del buio la mia celeste inquietudine
che allarma Genova l’ombelicale
città come il battello di Rimbaud ancorata alla Lanterna. Lontanisima
caritatevole stella confermami nella luce dell’impossibile
tempo nel bang della tua estinzione che ci illumina,
dimostrami che anche un’anima stellare
può separarsi dalla sua materia e continuare a vivere
nell’eminenza inconcepibile del sole, nel lato
in ombra, oscuro, del creato. Niente potrà convincere un insonne
esposto al rischio del suo dormiveglia
a rifiutare l’offerta di una mano, e in quell’offerta-assedio riascoltare
le voci di un tempo immemorabile, di un senzatempo
che affiora chissà come da altri mondi
oltre la brocca dolentissima degli anni. Ma gli anni passano
di sciagura in sciagura di gradino in gradino
quaggiù noi scivoliamo tutti ci estinguiamo come braci
e a me non basta alzare gli occhi al cielo per resistere –

non di salvezza parlami stanotte
però accompagnami nell’aria
ora e per sempre finché il sempre dura
resta lì appesa, marilina, dammi
forza.

Massimo Morasso

 

P.s. Conscia di essere una posta – poesie a tradimento, mighty hugs

Chiara Daino [inanellata e commossa]

[chi ha] PAURA [di Chiara Daino]?

ch2.jpgPaura

è il giro a vuoto, il mezzo – bicchiere senza fondo – il netto: taglio e peso. Preciso. Tutto è paura: lo stato di viscere, un quarto di vita, di luna [l’intero è bugia: anemica sofìa]. Ogni velo mi squarcia: baule sotto vuoto. Sopra le righe: nel ritmo del miocardio [intatto di spine]. Ogni spazio è secante: il parallelo. Retta non è la mia: impasse senza equilibrio. Ricado nel multiplo: sono troppe donne e parto per la tangente, si macina e si macella. Conosco la strada, grazie! Il tempo è quasi. E busso fuori pista, scivolo fuori porta, nel sublime bitume che china: mi tempera.
Quanti organi, tante sconfitte: malattia che scava e riporta alla luce resti [chi ero? Dove sono?]. Non c’è [inter nos] letto d’amor e liscio la penna e getto la spugna – nel colpo che allaga le mie molte mani. E corpi su corpi e canaste di cui non tengo conto: do i numeri di emergenza. Trenta e tante variazioni per un assolo franto, nudo di armonica. Paura è pregare più musica [più musica, Signore!], per la mistica piaga di timpani: non sentire più.

Nulla di voci, bolla di croci – in spira…

Rimettere sotto silenzio l’abuso: “tuono turbe, alti alibi” e non vale e non si valuta [la bile]. Si cambia un’altra veste: di notte c’è una regina che non conosco, lei sa, Lamia può e lacera. Vuole farmi pezzo a pezzi e la mia mente è nelle casse – sparse ceneri bionde. Sono mozziconi, sono carponi e rotolo, senza congiunti a saldarmi. L’uomo metafora non è simile al concerto che invoco: non si sostanzia, è crepa nel muro. Di nuovo cemento: vietato l’accesso! E ritiro l’acqua che sia diluvio: nuotare a largo [dalla bassa]. Frase di luna rossa. La mia paura è chiara – e non è un aggettivo, [il vice riversa] una serie.

Incognita e congenita.

[in foto: Chiara Daino ritratta da Pietro Millefiore]