UNA PERSONAGGIA DI SÉ [Lucetta Frisa per l’Eretista]

Chiara Daino (Genova, 1981) ha scritto diversi libri, tra cui un originale volume di poesia Virus 71 (Aìsara, 2010). Virus 71, nella popolare “smorfia” napoletana, rappresenta l’ommo e’ merda. Il titolo, ovviamente, non è casuale. Il libro si compone di una serie di poesie, più o meno brevi, dedicate a uomini da lei incontrati, ed è un attacco violentissimo alla deludente genìa maschile; poesia che Marco Ercolani ha definito “senza pause, acustica, agitata, guerriera, anti-lirica, che rifiuta le anestetiche bellezze formali e i deboli biografismi quotidiani ma esige la maniacale forsennatezza della sua maschera”.
Il discorso indiretto di Chiara sulla maschera propria e altrui, come personaggia di sé, prosegue nel romanzo intitolato l’Eretista (Sigismundus, 2011) – neologismo derivato da eretismo, termine che se, per analogia, evoca eresia e erezione, letteralmente significa sovraeccitazione psichica e cardiaca e “orripilazione” della pelle, la classica pelle d’oca che proviamo nei giorni di gelo o in stati di shock.
Il tema dello shock (poetico e narrativo), nella scrittura della Daino, ci fa interrogare sul concetto generale di Maschera.
La parola volto proviene dal latino visus, visto. Il volto è quanto di noi vedono gli altri: è un termine passivo, un participio passato, dato che non vediamo il nostro volto se non con l’ausilio di uno specchio, che comunque ci rimanda la nostra immagine rovesciata. È la parte frontale del nostro corpo, la più alta. Per non farci vedere come siamo in realtà, col nostro viso nudo e inerme, chiediamo alla maschera che ci trasformi in quello che decidiamo di sembrare: in ultima analisi è il medium usato per mostrarci agli altri, per comunicare. È la protesi del volto che diventa monstrum (sostantivo del verbo mostrare) quando, all’osservatore, risulta sconvolgente, orrenda, aliena – comunque incomprensibile. Se appare mostruosa è perché paradossalmente, esibisce, invece di nascondere, il lato oscuro, interno, di chi la indossa. Le sue funzioni sono ambivalenti, apparentemente contraddittorie. Chi la indossa lo fa per adeguarsi allo sguardo comune oppure per sfuggire ad esso? Il volto-monstrum è inoltre legato al rovescio; è “voltato”, rovesciato, e appunto per questo assume lineamenti “altri”, testimoni di un mistero infero, diabolico (da diaballein – dividere). È la notte, in quanto rovescio del visibile, di-viso dal giorno. Ma il giorno, il visibile, lo colleghiamo al sociale, ai codici comportamentali di una comunità. La maschera-diaframma tra noi e il mondo, tra noi e l’altro, ci protegge dall’indiscrezione, ma offre un’immagine “falsa”, quella di un altro viso sovrapposto a quello vero, e da noi volutamente scelto con un artificio razionale. Il volto mostrato, la maschera, è monstrum, mentre l’ io interno, profondo, resta invisibile. Ma la maschera conserva un mistero, perché anche l’altro non può indovinare cosa si nasconda esattamente dietro… Chi non indossa una maschera è un ingenuo esposto a ogni ferita, un presuntuoso che crede di essere forte e capace, malgrado la sua disarmata nudità, di opporsi al mondo? o semplicemente è un ribelle, un provocatore? In ogni caso paga sempre cara la sua scelta, consapevole o no.

Chi mostra un viso senza maschera è il neonato, il bambino, l’adolescente (ma è anche quello primitivo, dell’animale da cui direttamente proveniamo.) Ecco, in questo crocevia della propria esistenza l’adolescente affronta il problema della scelta. Quale maschera indosserà? Tante identità potenziali si agitano dentro di lui, lo tentano. Ma nessuna di queste lo esprime interamente, lo appaga, lo rispecchia nella sua complessità. Questa ricerca dell’identità può durare anche tutta la vita. Il ricercatore non si rassegna a indossarne solo una. Fermandosi a una sola potrebbe banalizzarsi, invecchiare, pietrificare, e quindi morire. Poi succede, sempre più spesso, che la maschera, se usata troppo a lungo, logori, divori il volto: se prima era facile distinguere tra volto e maschera, a forza di esercitare i suoi artifici la maschera si è confusa pirandellianamente con il volto, che l’ha assorbita come una seconda pelle. Di questo progressivo inglobamento si è sempre meno consapevoli. Si comincia a indossare la maschera, per sopravvivere, come un cappotto, una coperta, quando fa freddo. Anche noi vogliamo partecipare a questo gran ballo mascherato che è l’esistenza sociale. Questo gioco di maschere inizia nell’adolescenza, e spesso è lì che la maschera, se indossata per troppo tempo, comincia lentamente a mangiarsi il volto e a pietrificarlo in quell’età.
Tanto vale riderci su. Mascherarsi è come un trattenere una risata sul viso. Ma a questo punto, se ridiamo di noi stessi e del mondo e dell’assurdità della vita in sé, se siamo quindi consapevoli della Commedia umana, il riso non sarà che una smorfia, riso che nasconde una ferita, dato che il volto-maschera sottende una caduta all’inferno, un voltarsi verso la parte buia di noi – la più inconscia o forse solo negata e rimossa: indica una dolorosa presa di coscienza della morte.

La domanda è questa: «È per difendermi da voi, per farmi accettare socialmente, adeguarmi, scendendo a patti con voi, che indosso una maschera simile alla vostra? Oppure, al contrario, la indosso con un intento opposto: irridervi e ingannarvi, mostrarvi non come sono realmente ma come un altro da me, inconoscibile creatura che si protegge dalla vostre regole e dalla vostra aggressività? Sono io che non mi accetto attraverso il vostro sguardo censorio o più semplicemente entrambe le cose?».

Il Joker di Batman si maschera perché è sfigurato, la sua maschera porta le tracce della ferita sottostante e l’insieme è un ibrido tra una smorfia ghignante, sbeffeggiante, “mostruosa”. Joker è un clown grottesco, ma il grottesco è un ibrido tra tragedia e dramma e, in ultima analisi, commedia ironica, sarcastica, smorfia che per captatio benevolentiae vuole farvi ridere mentre, se adesso ride, significa che ha pianto prima. Cos’è il clown, il buffone di corte, se non una figura forte e fragile allo stesso tempo, il cui ruolo è far ridere gli altri per proteggere la sua vita? Cos’è una figlia che, per farsi amare da un genitore egoista e indifferente, si tramuta in saltimbanco, indossa una maschera aggressiva per opporvisi ma anche per piacergli, dominarlo, distinguere la sua identità dalla sua, recitando tutti i ruoli nella commedia della vita e vivendo sopra le righe? È attrice, quindi una maschera: può saltare da un ruolo all’altro, lei che è personaggio e personaggia ben prima di interpretare quelli imposti da un qualsiasi copione. E’ attrice che urla e non conosce mezzi toni, è scrittrice che scrive “sopra le righe”. Chi non mantiene il rigo – dicono in grafologia – è una persona che può perdere equilibrio o il buon senso, che oscilla tra diverse configurazioni di sé.

Di donne così intelligentemente mascherate ne conosco poche. Giovani che nel grande gioco delle maschere, si scelgono la propria, indipendente, per individualizzarsi con forza, coscienti della propria ironia provocatrice, sincera e falsa allo stesso tempo. La vita è l’arte – chi lo diceva? Chi si strappava, senza ripensamenti, la maschera di ogni metafora? Vivere la vita con arte ecc.. Qualche snob intellettuale dei secoli scorsi? Oscar Wilde, Lord Byron o chi altro? E adesso, chi e che cosa, tra i giovani, la maschera intende provocare con abusi ormai abusati di sesso, alcool, droga?

Per distinguersi da quel mondo giovanile ormai remoto, dopo averne vissuto in parte l’esperienza identificandosi con la propria problematicità ed essersene distaccata con uno sguardo impietoso, Chiara Daino esprime con ardore prepotente il suo bisogno di innocenza, il suo essere bambina corrotta/incorrotta dentro una società imbecille e devastata dal virus della mediocrità, contestando con lo scandalo dell’arte i modelli genitoriali. Come animale feticcio non potrà non scegliere il mitico ermellino, simbolo di assoluto candore e di resistenza alla corruzione, e che nell’antico, classico dipinto di Leonardo è in braccio a una giovane e sorridente dama.
La giovane Dama del celebre quadro è, per Daino, la sua Maschera metaforica e provocatoria, dato che la maschera non è soltanto quella di metallara o post metallara dark, la cui divisa generazionale sfoggia stivaloni, tatuaggi, borchie e metalli di ogni tipo, il tutto rigorosamente nero.
Se molte donne recitano una parte inconsapevolmente, Chiara no. Dama Daino no. Lei ha conquistato una lucidità estrema, filtrata dal dolore come lo è l’ironia che esercita sugli altri e sugli uomini, potente e urticante. Questa ironia diventa una cosmica autoironia, e il mito dell’ermellino è così esemplare da farlo parlare in prima persona proprio nella prima pagina de l’Eretista.
In questo libro ci sono tutte le sue maschere, le maschere degli altri e poi le maschere della letteratura, i giochi a nascondino, tragici e comici, sapendo che il comico nasce dal tragico e il grottesco da tutti e due, solo che è una forma più dilatata, un marcato espressionismo, un incrocio tra Edward Munch e Alice Cooper.
Nodo di voci concitate, di situazioni e maschere complesse, una riflessa nell’altra, l’una eco dell’altra, l’Eretista è maschera e volto insieme, stato condiviso di ebbrezza, “nodo avviluppato” di memoria rossiniana (Rossini è musicista molto amato dalla Dama che, come lui, sa padroneggiare perfettamente la struttura dello spartito fingendo di perdersi nei dettagli). Ma anche questo è un inganno: in questo libro dalla struttura ossessivamente vigilata, lei sempre si specchia nel solo specchio in cui può specchiarsi, padrona delle proprie emozioni e cioè del proprio Gioco che, da sola, sa, narcisisticamente, giocare. Ma ciò che forse colpisce di più, in una scrittura della sua generazione, è la maestria dello scrivere, non c’è nulla di sciatto o di approssimativo, anzi, forse qualche debordamento stilistico in più: così come era perfetto il verso sapiente di Virus 71, così lo è la scrittura narrativa. Sul piano formale Daino è inattaccabile, dà a tutti noi una lezione di lingua italiana, di qualità alta.
Per poter scrivere questo libro la Dama non ha vissuto di riporto, si è identificata nella cultura metal e post metal, ma poi se ne è disidentificata. Tra le varie modalità per realizzare questo stato di libertà e di non appartenenza , questo strapparsi i legami di qualsiasi tipo di dosso, l’invettiva alla Thomas Bernhard, il suo martellare convulso e lo sberleffo, sono i mezzi tra i più efficaci e divertenti. Non è che un modo di fuggire da tutto e tutti, una fuga continua e disperata en avant da ogni identità, da ogni appartenenza a qualcuno o a qualcosa. Daino perenne adolescente con la paura della morte, paura di fermarsi e quindi di banalizzarsi, accumulando via via tanta energia e tanta rabbia e tanto dolore e tanta gioia di vivere, indissolubile compagna della paura di morire. Chi non vuole voltarsi indietro e fugge da sé e dagli altri non conserva in sé il mito vivificante e straziante della perpetua giovinezza ? Ma gli è concesso di farlo solo quando giovane non è più, o almeno non è più così giovane, avendo già vissuto molte esperienze e molte vite. Personaggio (lo uso come parola “neutra” che racchiude in sé tanto il maschile quanto il femminile), la Daino, che dalla sua, ha la scintilla luciferina della genialità.
Il mio personale augurio è quello di non togliersi mai questa maschera e riuscire a restare personaggia per sempre.

Lucetta Frisa, Genova, 2011

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