Believe [Chi crede – non cede]

disfatte tutte le tregue di una notte
ti ritrovi stretto un pugno di cuore
solo un bimbo inciso solo nel ritiro

Per ogni non sei, non hai – rimpianti
senza tetto duro fondo giace sangue
e tutte le tradotte e quelle non corse
non dar peso a quello stato di cose a
cui devi domare le spalle: dimentica

mezzo luce sono velo luce sono io come
sono notte in ascolto speranza individuo
sogni nel buio presto il tuo strazio sento

CREDERE

Non farti a brani
accogli la mano
nel tempo dello
scontro l’ultimo
Sarò verso
te non lascerò
solo ti chiedo:

CREDO

Carichi i tuoi occhi bambino
erano così innocenti e baratti
tratti di corda
le ali evolute
importavano

Pur nel tempo di farli valere
La scoperta è non ti bastano
Per ripagare pegole
cadute e cadute per
tutti gli anni che hai
preso in prestito per
ogni appeso pianto e
per le paure di sabbia

«Mai volli ricevere
per nulla compatire:
Ho perso tempo
tempo mi perde

partenza non voluta
affermo eterno resto
io è chiunque recito
trama piano e spero
insieme di rimando
la scura satura dei
sogni miei monchi

stretto mi stringo al
mondo reso brutale

anni come debiti anni
che non posso saldare»

mezzo luce sono velo luce sono io come
sono notte in ascolto speranza individuo
sogni nel buio presto il tuo strazio sento

Sarò il verso
CREDERE

[da Sàrxophone, Believe, Savatege]

La dedica era per F.M., pupille come laghi d’arte… Per estensione – a tutti: chi crede, non cede e comunica, come

http://www.giuseppevarlotta.com

e suona SIN-ESTETICA: il “peccato” di bellezza!

La Merca OST [PALCONUDO]

“L’insostenibile bellezza” è il fraseggio dei Palconudo…
La sorpresa al mio orecchio interno:

www.palconudo.it

e la parola “Sara” ne La Merca si fa suono – per tutti.
Prestate ascolto…

Corda

è rosso singolare

e battiti – plurali

Chapeau ai Palconudo e a Dama Design (sei grande D!)
Suerte y Besos!

Chiara

Quando m’inutero!

È un giorno che non vi piacerà.
In genere m’incazzo [nella vampa dell’attimo – dalla parte del toro! ] e già provoco quel suono metallico che stona con la vostra SOLITA SOLFA! Quando la furia fisica smonta e la mia virile resistenza [alla cosmogonia dell’orrore] lotta per il restauro della Vita – in quel preciso momento, un bla-blasonato di troppo, è troppo!
E torno FEMMINA e m’inutero, nel senso più selettivo possibile: salvaguardare la specie [i non-voi!]. E mi rivolgo a Voi: tirate fuori la pelle o fuori dalle mie pale – state nella vostra ruota antica di criceti a frigger l’aria, a rimpianger mummie, a spurgar accidia mortifera e morticida! Tenetevi la vostra “ansia da definizione” [e sei poeta? E sei performativo? E sei commerciale? E sei melodico? E non esagerate sempre con l’olio – per condire le vostre zuppe riscaldate!] È semplice: o ti emoziono oppure no! Fine! Il fine che è mio: il confine che non valicate. Io sto con gli ippocampi: i veri animali da palpito. I fiori al di fuori del vostro recinto di ginestre. Saremo ortiche e ragazze dell’aria e grandi cactus che vivono senza bisogno del vostro concime.
Gabriele [Kinematrix], sant’uomo di nome e di fatto, quando mi ha proposto uno spazio tutto mio – mi ha donato fiducia e libertà – totali! E lo ringrazio, come ringrazio le anime fisse nella volta [è chiave, è chiara – non ti chiava, ma rincara:] che voi non potrete mai vedere/ascoltare/capire.
E ogni grazie [e grazia ricevuta] lascia in sospeso un vaffanculo! Lo sbocco volgare che non conviene – ma almeno si capisce!
Sono mesi – anni, secoli, epoche – che mi si altalena tra il “chi cazzo sei?” e “solo perché sei fica!”. Io sono quella che vuole dare scritti, parole, opere e vibrazioni. Io sono quella che si distrugge nella catarsi/maieutica del palco, per moltiplicare il dolore e l’estasi – e farti sentire in pancia. Io sono quella che crede alla Bellezza Suprema, tra fantasmi e voci, nell’arte che si sostanzia. Io sono quella che non ha più niente da perdere. E per questo, sa risorgere: Fenice e felice del lusso che si concede.
ESSERE.

Chiara Daino: due punti e a capo.

Il fumo non è più
un segnale è fitta
rabbia: condensa

Sto bene – ho la scena nuda e non ho freddo! Non sto bene: ho fatto filtri del mio male [e sono spartita]. Andrà tutto bene: avete pugnali senza lama [la mia camera d’aria non si toglie]. Io non ci sono: sono mora. Da [ri]pagare! Una bacca che non frutta. Ho dita lunghe per la bile – vi prego, uscite! Non siete i benvenuti e sono maldisposta. Ho mani salde per potare, per tenere chi muove nel corpo della parola amore. Alle rotule va il merito: tempo di caduta corretto. E non crollo più. Sono nel punto bieco: spazio muto, senza giro di nota. Non un fiato: non sapete chi sono.
E non è un piacere RI – conoscervi.

QUANDO M’INUTERO, m’inalbero sul ramo – d’istante.
Volo via!

Quanti amarono i tuoi momenti di grazia malinconica,
e la tua beltà, con falso o vero amore;
ma un uomo solo ha amato l’anima pellegrina che è in te
e le pene del tuo volto che muta
.
[William Butler Yeats]

Ritorno all’Amore.
L’unico PRATICABILE: il Teatro. Nel segno [maiuscolo] delle Lettere. Nel segno [femminile] di VIVIEN LEIGH. Uno spettacolo che nasce sotto il segno [che colpisce – dritto al centro] di Massimo Morasso.
Esistere. Testimoniare. Non si va molto lontano col silenzio“: la cifra di una scrittura che sfuma l’io in ogni direzione/vibrazione e riporta la vita all’oltre [la cosmogonia che si muove dentro].
I testi [testimoni, in primis] di Massimo Morasso sono l’atteso RING che mancava [in ambito autoriale e per l’abito attoriale]: lo spazio di scontro-incontro, l’anello-simbolo di una struttura circolare che lega, in alchemico abbraccio, le arti. Il fuoco delle parti, delle sorti [tante quanti i frammenti dell’ego].

Un copione che è campione sul podio-ribalta della drammaturgia [maturo frutto di racconti, poetica, biografia interiore,…] che rende “segni non comuni, una diversa mano all’alba“.
Farsi corpo di uno spirito che si “moltiplica” è in-canto spiegato nelle viscere di un attore, il tanto [troppo!] atteso momento di “pace, perfettissima pace sulla scena“. In hoc signo – è il sigillo: farsi carico di contrasti aggiunti, soffrire, com-patire e condensare personalità, personaggio e perfezione di parola – è scarico maieutico di energia viva.
E’ vivere, è Viv: è aspettando Godot – che arrivato Morasso per spazzare via la polvere – da ogni campo, una luce a tutto tondo.
In sintesi: la sete è placata nella trama di un textus che si prova, la bellezza di un miraggio che [“sappi portare la tua croce e credi”] si concreta.
Abbiamo creduto e si sostanzia: per noi e [presto!] per voi.

Grazie

Chiara Daino
[con permesso di Bibs]

di Lei (di Franz) di Scena (di Chiara)

Persa nelle prove (il Baule di Viv, di Massimo Morasso),

è tripudio di Lupa – che diluvia la vita (a teatro!).

In attesa di donarmi/vi: Franz a sondare/sentire.

[il “Krauspenhaar” è stato gentilmente ri-portato/postato da “La Poesia e lo Spirito”]

ms_dm_senza_340.jpgIn primo piano la copertina originale dell’LP della colonna sonora del film Senza sapere niente di lei, di Luigi Comencini, 1969. L’ho rivisto l’altra notte, quel vecchio romanzetto in motion picture, in piena crisi d’insonnia. “In onore di Luigi Comencini”, recitava la didascalia di Canale 5. In piena notte fonda, quando anche l’ora dei vampiri del Dracula cha cha cha di Brunomartiniana antichissima memoria era scoccata da lunga e nera pezza, quando il primo pendolare guaiolante sbadigli cavernosi accendeva il gas per il primo caffè-ricco-mi-ci-ficco, ecco fatto a buonissimo mercato l’onore al vecchio e glorioso regista scomparso, nato a Salò nel 1916 anno di Grazia e ovviamente del Signore, ben dopo le 120 giornate di De Sade e ben prima di quelle del PPP più cinematograficamente insostenibile. Mi ricordavo meglio Incompreso, vi dirò all’orecchio come si fa di solito ai cari vecchi sodali della guerra di Crimea al nostro circolo ufficiali preferito; con il console inglese a Firenze Anthony Quayle, i due figlioletti trascurati – soprattutto il maggiore- e la giovane e bella e brava mamma morta che parla dal magnetofono in una registrazione di momenti felici e perciò ancor più struggente all’orecchio e ovviamente al cuore. 1966, se non ricordo male. Un film che ti mette sempre una leggera stretta d’emozione alla gola nel frattempo riarsa, mentre gli occhietti ancor giovani vanno ad appannarsi. Questo è invece un giallo rosè brut, con la Paola Pitagora after Lucia Mondella ventottenne e naturalmente caruccia alquanto, e un Philippe Leroy trentottenne ma già fascinoso sciur, anche se scapolon de scapolinis, e assicuratore sulla vita per soprammercato, come direbbe Shakespeare in buona traduzione ING-ITA. E con un finale agghiacciante che un po’, per lo scontro automobilistico mortale proprio calato come un poker nero alle ultime inquadrature, mi ricorda alla velocità del siluro quel capolavoro a mio avviso assoluto che è La prima notte di quiete di Zurlini (Delon che cappotta pesante per le strade extraviscide della riviera romagnola a bordo di una Citroen Traction Avant rigorosamente nera, che intanto s’infiamma ed esplode) e la spider Alfa Romeo rossa 1963 con a bordo l’accoppiata Piccoli/Bardot ne Il disprezzo di Godard, tratto dal Moravia Albertazzosordo dell’omonimo pas nouveau roman anzichennò. Ma la soundrack del film comenciniano non del tutto riuscito e fonato sul video a ore non proprio liete era dell’Ennio Nationaldevideo, il Morricone non Nando che ci allieta dal cinquantennio ultimo di musiche da film che sì, diciamolo pure a festivalbariche ugole spiegate, viaggiano da sole evitando le buche più dure, che stan su insomma da sole, come se dise a Milàn di due cocomeri avantrenici femminili sans besoin de push-up. Choukhadarian el me amis il Lord Brummel de Sanremo sarà d’accordo, credo, sia per il concetto di profondità abissale qui esposto, sia per lo stile che il vostro affezionatissimo camaleonte letterario qua vi propina a tutto spandere per la gioia – si fa per dire, nevero – di grandi e piscinin. Ecco, se il film del recentemente scomparso regista di Tutti a casa non è all’altezza delle pellicole più rinomate della Cinecittà nostra, è senz’altro nonchè comunque avvertibile anche dal palato musicale più fine e selbstverstaendlich delicato che la summenzionata soundrack è all’altezza delle migliori di E.M., allievo nientepopodimeno che di Petrassi, com’egli a ogni piè veloce sospinto ci ricorda. Semplice, evocativa, con quel sottofondo pervasivo di solenne amarezza che fanno del suo sound un marchio di fabbrica delle emozioni più agglutinanti. Vale la pena rivedere quel film ambientato in una autunnale e piovosa Milano solo per questo gravoso gusto di struggimento tutto da assaporare.

Franz Krauspenhaar

Genova: Vietnam in 35mm

http://www.lettera22.it/showart.php?id=6994&rubrica=19

L’Osservatorio Scenari Internazionali organizza, in collaborazione con il Dipartimento di Ricerche Europee dell’Università di Genova, una rassegna cinematografica dal titolo “Vietnam in 35mm”.
La rassegna si propone di analizzare il conlitto del Vietnam e la sua rappresentazione cinematografica.

Le proiezioni avranno luogo presso il Cinema City, Vico Carmagnola 9 (adiacente a Via XXV Aprile).
L’ingresso è gratuito ed aperto a tutti.

Questo il calendario:

Venerdì 30 marzo 2007 ore 16.30
Presentazione della rassegna
presso il Berio Café, Via del Seminario 16, Genova
Interventi:
Manlio Masnata (OSI), “Le attività dell’Osservatorio Scenari
Internazionali”
Bruno Filograna (OSI), introduzione alla rassegna

Martedì 3 aprile 2007 ore 21
The Quiet American di Phillip Noyce (USA, 2002, 101’)
Introducono:
Massimo Rubboli (Università di Genova)
Bruno Filograna (OSI)

Martedì 10 aprile 2007 ore 21
Platoon di Oliver Stone (USA, 1986, 120’)
Introduce Sergio Arecco (critico cinematografico)

Martedì 17 aprile 2007 ore 21
Il cacciatore di Michael Cimino (USA, 1978, 182’)
Introduce Guido Levi (Università di Genova, ILSREC)

Per informazioni: tel. 010.86.90.073 (Cinema City);
010.20.99.096 (Osservatorio Scenari Internazionali)

(Si ringrazia Riccardo per la segnalazione).

To slam/to slalom: too slim (I’m sorry…)

«Dovremmo darci fuoco»

E non discuto (si respira l’aria pura di metafora!) – ma la carne di dama dama (femmina del daino, femmina da traino) non è adatta al barbecue. Non si griglia: si sfoglia nuda!
Non si quaglia: il mio corpus non trova maniglia – e si attacca al tram (e grazie al cazzo/prego alla minchia!). Capisco a fatica, concupisco la vita – non sono poeta: sono il verso animale e anomalo. Non comprensibili, non traducibili e (sic!) non vendibili…
Non sono asceta: solo “acetta” – che spacca (e non si adegua e non c’è tregua alla bora – cum labor – che sventolo)
Posso zampettare ( zOmpettare – checché la correzione automatica che ne pensi!)? Ho bisogno di esprimere una cloaca di NO: e tanta tanta merda – per un nuovo “concimo”! Più spettatori allo spettacolo [ma questo è tecnicismo di MERDA d’attore…]
Non si può? Non voglio darmi fuoco: ho sprazzi di ustioni e polmoni bruciati… Valgono?
«Dobbiamo incatenarci in Nigeria»
Se baratto con un tribunale dei Minori, in patria – patrigna? Almeno mi col-lego ai problemi che conosco… No? Non si può? Partirei dal particolare [il turbino vero che è fine e si impegna (un rene!)]… No? Sono troppo magra per essere un’artista “di peso” – preferisco le pieghe dove si ruga il creato. No? Solo Dio e i coreografi “creano” [ipse dixit]? E se faccio la dissociata anziché la dissidente? Non è poesia? Non è arte combattente? A million dollar Byron? Poeti battono personae al primo poetry slam?
Giro la ruota e compro una voltura (meus ex machina!)

– pausa sigaretta che è l’unico fumo reso arrosto [cardiaco] –

«Tendi all’Arcadia o alla Transavanguardia?»
Quesito amletico, di vittoriana memoria: si potrebbe con certezza postulare che io stendo e lavo le penne sporche in piazza mentre mi aggrappo a tende che s’infuturano (s)fottendosi. È la mia fase Cuccuruccù Palabra, ma sto ancora seguendo un percorso di ricerca stilistica. Peccato che sarete tutti flambé quando avrò trovato il giusto metro della mia fiamma…
Pensavo di usare Grisù, come firma/conferma. Lei che ne pensa?
[…]
Non avevo valutato l’assonanza… Ho eretto palchi all’ego, ma il suo non-io non-capisce un Bene e Merito [Carmelo, dove sei?]…
Volevo celebrare il traghetto pompiere! Draghetto, dra-ghet-to! [Qualcuno mi tolga questa prepotenza informatica!].
Se lo ricorda lei il draghetto pompiere? Specimen di non-appartenenza? No, della specie: estinta. Il drago pompiere –
il cartone che si ri-Anima
[…]
Pompiere, ho detto POM-PIE-RE! Anche voi poeti avete la correzione (sessuale) automatica?

Ay, ay, ay, ay, ay, cantaba
Ay, ay, ay, ay, ay, gemía
Ay, ay, ay, ay, ay, lloraba
De pasión mortal moría…

LE SARTE S’ON THE TABLE! [da 5-HIAA (come una lama)]