Primissimo Piano

 Milano, 22 novembre 2007, alle ore 21, presso l’Ass. La scheggia (www.lascheggia.org). Massimo Sannelli introdurrà la proiezione di “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini (1966) interpretando il monologo di Chiara Daino“11.30: non ho preso l’optalidon” (su testi di Pasolini e di altri), in una versione speciale, riveduta con l’autrice. L’incontro è organizzato da A. Addolorato.

Ringrazio Massimo Sannelli per aver scelto di dare voce a Pasolini per mano della Daino – che [scusandosi di non poter assistere] presenzierà in veste di trama:

[mi trema la voce ] –

Come in un velo giallo…
Camminavo nei dintorni…
Un aeroplano… E volavo…
Manca sempre qualcosa…
Un biancore di calce…
L’idea di venir meno…
Il film l’ho già girato…
Credendomi inaridito per sempre…
Il film l’ho già girato, e con Cristo!
Così mi salvo.

Questo è teatro. Questo non è teatro.
Lo stupendo Living Theatre
Il Teatro del Gesto o dell’Urlo.

Torno, e ritrovo il fenomeno… infimo…
Torno… e una sera…
Torno, e mi trovo…
Dio mio, ma allora cos’ha lei all’attivo?
Io?

Comunicato dell’Ansa [Propositi]
Comunicato dell’Ansa [Scelta stilistica]
Comunicato dell’Ansa [Ninetto]
Comunicato dell’Ansa [Un cane]
Trasumanar e organizzar.

La porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c’è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma sono tutti là, davanti a quella Porta.

Dio mio, ma allora cos’ha
lei all’attivo?…”
“Io?

passa Pasolini guai a chi lo tocca

[da 11.30: non ho preso l’optalidon, Mono Dico [teAtraBile], Chiara Daino]

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Monocito [Dama in volo]

[Dama, 20/25 anni.
Ambientazione: uno studio.
Dama è sdraiata – prona – su un tavolo. Un riflettore acceso, alla base del tavolo, è puntato sul suo volto. Dama, a occhi chiusi, si gode la luce artificiale come se fosse un sole estivo. Indossa solo un accappatoio bianco, marcatamente largo. Sorride. Improvviso spalancare gli occhi: si siede sul tavolo].
DAMA: «Io sono una dama, una Dama – Dama… Ma no! Questo non c’entra. Io sono un’attrice. Io sono. Io sono chiunque si possa. La riprova.
Io odio il buio. Odio il sonno. Odio la notte. Quando mi sveglio presto, mi svegliano gli uccelli. Sdraiata, guardo. Guardo e che sguardo! Quando? Quando le maniglie d’ottone dell’armadio si fanno chiare e gialle; e il catino dell’acqua… Ma no! Voi, voi non potete capire, pur ardite: conoscere… Voi dite. Voi non potete.
Voi non potete capire che cosa si prova quando si prova, quando si sente di recitare male… E vivere peggio. Quando tutti gli oggetti della camera risplendono, anche il cuore batte forte. Il corpo torna pieno; prima è rosa, poi giallo, poi è marrone. Troppi colori per una scelta sola. Rosso, sì! Rosso! Un vestito rosso. Come il tappeto: spettacolo.
Io voglio essere la prima! Devo. Devo scegliere: è giorno. Un giorno rosso… Lo sento. Quanto? Quanto il sole: nelle ossa! Le ossa si sentono sole e non è carne, non c’è altro che sostiene. Con le mani percorro le gambe e tutto il corpo: sento come si sporge – e la sua esilità. [Ritrae bruscamente i piedi sul tavolo come un ranocchio] Io sono una dama: ero un gabbiano. Io ero in gabbia… No! Questo non c’entra…
Voi non potete capire: quando i piedi si posano sul pavimento, piango. Sarà un giorno non bello? Imperfetto? Io sto bene. Tra poco lasceremo questa scuola e avremo gonne lunghe.
[Distende le gambe dinnanzi a sé e si fissa i piedi nudi]. Di sera avrò collane ed un abito bianco, senza maniche. E ci saranno feste! [Scatta in piedi] Un abito bianco! Un abito bianco e rosso! Rosso: tappeto e petali. Fiori! Sì? Fiori per me? Sì! Grazie! Grazie! [Si inchina a ricevere un’ovazione immaginaria]
Ci saranno feste. E un uomo mi vorrà, prima di tutte: mi troverà la più bella, la più, più di tutte. Di tutte le altre. Quelle con gli occhi verdi: gelose. Mostri di gelosia: Otelle novelle. E un uomo mi vorrà, ma non sarò di una sola persona. Eh già… Ma lui, lui non credeva nel teatro e non credeva alla verità, la verità che riposa sul testo. Io sono una dama e voglio essere la prima!
Ho ancora cinquant’anni da vivere, o sessanta: e non ho ancora fatto tutto quello che devo. La vita inizia qui! E ho qui, davanti, a me, una nuova giornata da forzare… Mentre dondolo i piedi, seduta…
CHI muove anche le gambe? Voi non potete capire: quando mi guardo vedo il corpo e la testa insieme, e quando muovo la testa e gli occhi, allora TUTTO IL MIO CORPO MAGRO diventa pieghe e le gambe SOTTILI sembrano un’alga in acqua… Tutto è reale, tutto, e tutto è saldo, senza vedere ombra che sia ombra, e sulla fronte la bellezza corre! E sulle guance…
Il corpo è corpo. E opera. È tutto lucido – le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso]
Io voglio essere la prima che si cambia il vestito! Mi legherò i capelli con il mio nastro bianco: quando salto, io voglio che il nastro sia bandiera! Non è bandiera bianca, ma segno: io voglio il tappeto rosso. Io sono un’attrice [declama con enfasi]
Il frutto è gonfio
sotto la foglia.
La stanza è d’oro;
io dico: vieni.
io dico: vieni
la stanza è d’oro;
Sotto la foglia.
Il frutto è gonfio
[Pausa. Chiude gli occhi per qualche istante, inspirando a fondo. Si risiede sul tavolo e riprende, pacata e placata]Ma no, questo non c’entra… Come siamo orgogliosi, noi sediamo qui e non abbiamo venticinque anni! Ci sono rami, donne, alberi; e macchine corrono via! Resta a noi: il deus. Ex machina. Anche lui.
E chi è giovane uscirà da un brutto buio, si guarderà sicuro intorno e avanti. E una porta si apre. Una porta, dopo, si apre sempre. La porta vicino e non è la mia! E mai: il lavoro. Non ha fine mai il lavoro, non finisce mai: il lavoro! Voi non potete capire: ero meschina, proprio come lui mi voleva. Ero mediocre, nella fossa di leoni fatti lenoni… Recitavo sconnessa e deprimevo anche la Stanza, così…
Per scommessa… Non sapevo più stare sul palcoscenico: restavo sul patibolo. Altre voci mi minavano e non riuscivo più a dominare la mia. La mia voce! Io: dama e domina! Io non riuscivo più a dominare la mia voce! Voi non potete capire. Ma dite. Non ditemi più di aver baciato la terra dove rotolavo. Io non sapevo più dove mettere le mani, mani che allungavano senza – mai – tendere…
Poi? «E poi il Sole baciò la mia Crisalide – e Io mi alzai – e vissi –». Ora le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso] Io voglio essere la prima. Dama viene, dama va. Dama vola. Io sono un gabbiano. Ma no, questo non c’entra… Pensa a una scimmia che lancia le noci: e io – non resterò seduta a lungo.
Volubile per gli uni; oppure rigida, fatta di angoli acuti come il ghiaccio; o voluttuosa – come il fuoco… L’oro… E rosso. Ancora. I piedi sul tappeto, non io. Voi dite?
Mai, mai! Non finisce mai il lavoro. Tra poco lasceremo questa scuola: da quando sono qui, faccio sempre delle lunghe passeggiate. Cammino e penso: passo fatto, passi falsi, passo – passo e passo a farsi…
Ho guardato. Ho osservato. Ho scelto il giallo o il bianco, il lucido o l’opaco, l’abito largo o aderente che stavano meglio. E ho osservato…
Ora divento grigia. Ora divento scarna. Mi contemplo nel viso a mezzogiorno, con luce piena, allo specchio; siedo. Ho cura nel guardare… Ma lui rideva sempre delle mie fantasie e derideva – sempre! – i miei versi… Bramìti, fantasticati… Io voglio essere la prima. E ora? Ora sono una vera attrice, recito con piacere, con godimento: diletto, non di letto! Sul palcoscenico sono come ebbra – e febbre e fuoco! E mi sento bella… La più! Una dama.
E poco importa se recitiamo o scriviamo: nobilita e opera. Poco importa. L’essenziale è la capacità, abile e ampia, di saper soffrire. Resistere.
Saper soffrire e non: offerta in pasto. Chi dice dama non dice: mangia. Tutto il mio corpo magro… Ma no: questo non c’entra… Di che? Di che cosa stavo parlando? Ah, sì! Il Sole baciò la mia Crisalide: sappi portare la tua croce e credi. Io credo e non soffro più…Tanto. E quando penso alla mia vocazione: azione è voce – non temo più la vita. IO NON HO MAI PAURA. Io sono una dama… Ma no! Questo non c’entra…
Io voglio essere la prima. Un soggetto per un breve riscontro.
[Si strofina gli occhi, sbadiglia e scoppia a ridere]

Non si finisce mai. Devo cambiarmi. Ecco la prova. Generale. Scena: a me! Deve essere buona.
La prima!

Chiara Daino

 

[Nel corpo del testo sono interpolati/interpretati alcuni estratti de Il Gabbiano di Anton Čechov e Jinny di Massimo Sannelli]

Chiariamo,
una rivolta per tutte!
ORIGINALE, per quel che ruota nel mio sentire, è sinonimo di AUTENTICO. Il caro vecchio Sole – non ha mai convertito i raggi in saggi, plasmandosi cubico (o piramidale cobalto!), pur ogni alba è un alba NUOVA. La mia alba è CHIARA ed è nuova sempre perché sempre aderente al proprio sentire. E non consento più «bla-bla/ qua-qua/ ma-ma» di versi che non sono poesia, solo fastidioso ronzio. La critica dovrebbe essere propositiva e costruire. La mia opera/operazione non è “rivoluzionaria”? Me ne farò una ragione – ma tu che mi dici “post-Marinetti, pro-Crusca, trans-dada, neo-illogica…” CHE COSA rivoluzioni? L’appartamento? La disposizione dei Classici BUR?
Sono dissociata anziché dissidente? Per quanto tragico, accetterò anche questo dramma. Reale come la differenza e la grinta, la voglia di emergere dal piatto che mi sta stretto.

In larga scala: quasi tutti gli ambienti liberali, lamentano un “vuoto”. E rimpiangono il passato. Vivono di passato e zombismo lirico. Nella misura in cui NON rimpiango la mia infanzia (ho tentato, sbagliato, appreso) – e costruisco il mio domani di donna, NON rivango: fondo. Fondo le lezioni, sguscio il meglio e lo frullo nel mio filtro.
Se così non fosse, se così non si procedesse: dopo Leonardo da Vinci, Greta Garbo, Dante, Sylvia Plath, Pico della Mirandola,… sarebbe silenzio. E il contemplativo senza l’attivo implica subire senza interagire.
A mio avviso – perché se mi esprimo: ho una testa mia, un corpo mio e svariate personalità multiple per “provare”…
Tanti numeri quanti vibrati – e tanti Pascal quanti attori – tot colori nel plot di pupille (che improntano tutte segni diversi).

Monopoli
Ippo Crateo

[ Alex: non ha età.
Ambientazione: occhio di bue puntato sull’interprete]
ALEX: «Caro Ippo,
tu che sei il mio Angelo custode, custodisci? Anche tutte le risposte? Dunque…
Se ho capito: A è A. C’era una volta, poi non più. Hanno perso la povera A. Dove? Qui urlano, parlano parlano e parlano, non si pronunciano. Io non capisco: che fine ha fatto A? Tu lo sai? L’ hanno confusa con B, C, D e… Perfino con Y?
Povera A: era la prima…
A è ancora A? A si è confusa. Persa.
Identità: ostenta o evita. Non è più possibile Essere. E basta. Global, no–global, bisex, metrosex, ubersex, trendsetter, new–age. Devi scegliere. Donne che minano uomini minati. Mine vaganti: ruoli confusi. Speriamo che sia femmina? Fenomènico? Che sia maschio? Sia marchio?
Abbiamo smarrito la nostra identità. Dove? Abbiamo personalità multiple e nessuna identità. Figli che sono genitori, genitori in crisi. Banca del seme, uteri in affitto, tessere magnetiche, dati condensati. E la carta? In pensione! Con l’identità… Ritroviamola! Dove?
«LA FINE DELL’IO». Io è finito? È definitivo? Morto e mortificato? Perché dibattere? Manca il coraggio – l’ hanno detto in tv: è una cospirazione…
Non Io: I-pod, You tube.
E A?
A è analista: deve mantenersi. Psicologi/psichiatri/psicosomatici: “riprendete la vostra identità, religiosa/sociale/etnica”. L’abbiamo traslocata? Venduta? Cambiata. Almeno sette volte al mese…
E io? Io–io–io: egoista. Sindrome dello yo-yo. Tira e molla. Tiriamo le fila. E i remi: in barca/banca/basta!
Basta mischiarsi alla massa! A: ammucchiata! Adunata! Ma il singolo? Singolare? A: plurale di uova. Ma ovuli…
Quale iDENTItà, da mordere?
E l’indennità?
Quale identità, da riconoscere?
E quella segreta? …

Ormai di SUPER è rimasta solo la benzina. Amen!

Nasco fra tre mesi e sono già in tremenda crisi…».

*
E buona camicia di forza (a tutti noi che sforziamo l’io)!
Per festeggiare l’ennesima occasione in cui mi si taccia (e non riusciranno a farmi tacere!) di mancata innovazione (nel mio ciocco di Dama) – vi canto il passato. Nel mio suono, nel mio sono la Lupa, nel mio ero Nikita, nel mio sarò (sempre) effettiva/effettata: Chiara Daino.

Madneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeess!

How many people are fighting in you?
How many guest-minds are running trough?
It’s the same victim confusion: WHAT IS RIGHT?
WHAT IS REAL or – Just – an illusion? [solo]
How many EGO are creepin’ yourself?
Lost in your own step, fear for your bell!
Is it a mask what’s on surface? Are you [damned damned]
damned by panic or fallen by grace?

Though this be madness
yes there’s a method’n’t
Sure this is my madness
Yet there’s a method’n’t

I can’t find a world to talk
I can’t find a word to walk
Just to feel the clash of time
WHAT IS NOW? WHAT IS HOW?
Explotin’my miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiind!
I can’t keep my inner war [STOP] lost in my own step fearin’ my bell [STOP] madness to get
madness as well
madness as all

Though this be madness
yes there’s a method’n’t
Sure this is my madness
Yet there’s a method’n’t

[ Il “fu” testo MADNESS dei “defunti” hUSk è liberamente ispirato all’Amleto di Shakespeare – e sposava la doppia cassa tipica dell’Heavy Metal “storico” – ma evidentemente le mie parole – in violento growl e tormento di screaming – non erano abbastanza originali e il mio ex-chitarrista ha preferito appendere la sei corde al chiodo del posto fisso di assicuratore… Cambiando “la pazza” con la “polizza”. A chi la piazza, a chi la pizza… ça va sans d’IRE…]

POESIA: LE POSE (SCENICHE)

Dell’oggi v’è (sempre) certezza: è (sempre!) crisi.
E tra tutti le crisi praticabili – io ho la rara qualità (grazie! Grazie! Niente applausi, è una dote naturale) di scegliere le più crisastrate. Vi prego, tuttavia, di non chiamarmi mai Lady Crisa – che è la fanciulla del Crisa (da Crisantemo) e una crisi coniugale tra metallari, adesso mi cresce!
Tornando al punto (critico): come curare? Cooperare, senza pietà sinergetica! In Italia la poesia non si legge/non si vende. In Italia la drammaturgia è dramma(h!)turgia….
La lupa, sola per cause maggiori (ogni giorno augurano di crepare ad un suo – ipotetico – compagno di sventura), decide di unirsi (almeno!) in campo artistico e costruisce un ponte verso/palco.

E dopo Dickinson – Sannelli – Daino – Buckley (Courtney Love: ma, giuro!, l’ultima non era preterintenzionale!)…
Ecco a voi: Chiosattore (Daino – Pirandello – Sannelli – Lorca) e Il Gregge Cartaceo (Daino – Padua).
Per i rocker da associare… Aspetto le prime!

Chiosattore
[Attore: uomo/donna 23-28 anni
Ambientazione: Foyer di un Teatro]

ATTORE: «Ancora uno. Ancora in tempo: me ne vado!
No! Ci provo, ci credo. Niente posto fisso nessun compromesso. Devo entrare allo Stabile. Ce la farò, ce la farò!
Azzardo? Lo gioco? Autore sconosciuto? I Grandi sono, ma io non sarei mai: tanto grande… Quanto: convincente.
Non ne posso più, non ne posso più…. Pirandello – aiutami tu! …Allora dove la vita è creata liberamente, è là invece, nel teatro! Ecco perché mi ci sono sempre trovato subito, sicuro – là sì! E il vago, l’incerto che sentivo prima, non dipendevano dal non avere, io, ancora una vita mia: ma che! È peggio, è peggio averla! Non comprendi più nulla, se t’abbandoni ad essa perdutamente…
Riapri gli occhi, e se non vuoi lasciarti andare a tutto ciò che è solito, che diventa abitudine, solco, monotonia che non ha più colore, sapore…Allora, è tutto incerto, di nuovo, instabile; ma con questo: che non sei più come prima; che ti sei legato compromesso con ciò che hai fatto, e in cui è così difficile, impossibile trovarti tutto intero, sicuro – lo comprendevo anche prima; ma ora lo so, lo so per prova….
Trovarsi. Sì! Porto Trovarsi. Sì? No? Calma! Calma… Tre tozzi di pan secco in tre strette tasche stanno… Tre tozzi di pan secco in tre strette tasche stanno… Tre tozzi di pan secco in tre…
Sigaretta… No! Le corde. Diaframma: manda la voce…aaaaaaaaaaaaaaa… Modulato: aaAAAaa…
Alighieri. Sì: Dante. Dramma e commedia. Da scuola, da copione. Paolo e Francesca: pro – i – bi – to! Manca poco. Tutto in gioco! La poesia…

Questa ghirlanda! Presto! Presto, muoio!
Intreccia, presto! Canta! Piangi, canta!
Ora l’ombra mi occupa la gola
e mille volte il chiaro di gennaio.
Tra il tuo amore per me e il mio per te,
l’aria di stelle e, che trema, una pianta,
una potenza di anemoni innalza
in un lamento scuro un anno intero.
Godi il paesaggio verde della piaga,
spezza il giunco flessibile e i ruscelli
teneri, mangia il miele e il sangue della

gamba. Ma presto! Uniti in molti nodi,
bocca rotta d’amore, anima morsa,
il tempo viene a noi, non trova nulla .Raddoppiamento fonosintattico/ VERDE È CHIUSO!/ Inizio alto/ Motivazioni forti/ Determinato non aggressivo/ Inspira – espira/ Non mangiarti le finali/ PER – SPI – CUI – TÀ/ Umile, non remissivo/ NON SCEMPIARE LE DOPPIE!/ Spalle aperte. Non correre: quando cammini quando parli/ APPOGGIA SUL VERBO/ Spirito di sacrificio/ NON ribattere/ Batti sulle toniche/ Carattere/ Controtempo/ PADRONANZA spazio tempo maschera… [Guarda l’orologio]
No! Non pensare che devi fumare! Preparati a improvvisare. Espira – inspira… Trentatré trentini entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando… Trentatré trentini entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando…Trentatré… Sì, sì: dica trentatré… Manca poco: infarto…No! Tu non vuoi tentare, vuoi – anzi: sai! – anzi: DEVI! – riuscire.
Inspira – espira, così; forza polmoni…
Io sono creta, io sono creta, io sono creta… La mia faccia è creta, il mio corpo è creta, il mio essere: è creta. Creta pronta all’uso: plasmare. Non plagiare. Mi viene da piangere. NO! Io credo… Oddio! CRÈDO o CRÉDO? Il verbo è aperto?

Vuoto VUOTO V-U-O-T-O

Aiuto! [Si guarda intorno fanaticamente]. No! Calma! IL CRÈDO è aperto. IO CRÉDO…Chiuso! Sì? Sìsìsì! Sicuro. Dov’ero? Ah, sì… Io credo in me e nel Teatro. No! Credo nel Teatro e in me! No! Credo nel Teatro e nei Maestri che faranno di me, me – creta, un piccolo – no, piccolissimo… Ma SOLIDO: mattone della scena. No! Mattone è negativo quando si tratta la messa in scena. E poi…No! Banale metafora edificante…

[ Si ferma un istante a riflettere, poi alza la testa di scatto, come se fosse stato chiamato]

Sì? Sì! Sì, sono io.

[Si incammina]

Credo.
Sì, deciso. Titolo?
Rosario…

IL GREGGE CARTACEO

[Attore: 25-30 anni.
Ambientazione: un monolocale. Un divano. Cartoni. E libri. Montagne di libri. E fogli. Sparsi. Evidente stato di Trasloco. Un ragazzo, seduto. Bicchiere di Rosso – Nero d’Avola – in mano
]

ATTORE: « Ancora. Ne chiedeva…
Ancora… E dovevamo – ancora! – imballare e lei, lei non ne voleva sapere. Voleva sentire. E sentirne ancora…

Ascoltale non sono le parole
non è la voce o il gesto
la luce in cui consiste tutto questo

I suoi preferiti… Non si stancava mai: di ascoltarmi, di seguirmi. Non cercava sicurezza. – Stabile è solo sentire –. Ripeteva. E ancora. Ne chiedeva. Si sentiva… CUSTODITA, quando le leggevo un verso appena nato…
Ascoltala l’alba che al battito si sincronizza ed aprendo la bocca non dire respira… E la respiravo, mentre – chissà dov’era… – E continuavo: e risputa i residui di scura materia nel loro sparire… E non esisteva che quel lago dilatato a pungermi – e ancora… Dirada la schiuma addensata di cui sembra fatta oltre il piano del video la notte compressa – che come una scheggia di ghiaccio s’annida schiacciata nel nitido bianco degli occhi…E con occhi puri imprimeva rimproveri: quando non scrivevo.
– Scrivere è fare l’amore. Meno lo fai, meno lo faresti, ma più pratichi, più si poetizza. L’amore della conoscenza. Amare è conoscersi –… E voleva scrivessi versi sulla sua schiena nuda, col marker rosso… Nel corpo masticato dell’ambiente e nel mio sonno buio pesto ed autonomamente dal presente dalla storia e dal contesto … E – troppo grande – per il suo corpicino, bianco, rubato dal rubeo tratto… E: non smettere ora! – Non permetteva! …Del fuoco deve esplodere e risplendere tra poco il replicarsi in ogni sole. E il sole si replicava: su lenzuola sfatte, ricoperte di versi…

Ascoltale non sono le parole
non è la voce o il gesto
la luce in cui consiste tutto questo

I suoi preferiti: la luce. Aveva fame: di luce. E digiuni e traslochi. Ma era: raggiante. Bastava un verso. La luce accumulandosi riverbera se stessa nei rottami e ogni mia incertezza nel dire, ogni esitare di penna e chiederle conferma, erano accumuli di luce: mi ricaricava. Arcadia – diceva – l’Arcadia doveva essere così… Dovresti farlo pascolare il tuo gregge cartaceo – diceva seria – … I libri? Pecore. Ma lo capisci? Quanti uomini vedono le pecore cartacee? Il textus: beato colui che nel giallo vede il sole. Era Picasso? …Rimani Noè: e devi condurre. Arca e Arcadia – diceva, sempre più, seria –.

Era semplice, semplicemente: buffa. Divorava cioccolata e versi liberi, come noi… Vibrando traccia il segno che scandisce della notte il movimento è un elemento intermittente di silenzio e suono a saturare l’aria…
Fluido come un respiro…
E il suo respiro: m’ispirava… E il suo fiato: sbuffo vitale… Come un respiro muto a stento trattenuto sopra le parole… Parole per le [sue!] palpebre persiane che voleva baciassi, facendo l’attore… Facendo l’amore… Sopra le parole che hanno un sapore assurdo e ruvido di ossido e di ruggine residua e un non sopito impulso a consumarsi nei resti d’ossigeno impuro insinuando intorno… E d’istante… Stati di tensione e su di noi stringendo la presa dei morsi dell’ansia che lasciano segni profondi nei corpi…Quella domenica era più buffa del solito: aveva fuso il cioccolato. E dipinto: fogli di pane “carasau”. – Geniali questi sardi! – si esaltava – Ora possiamo davvero nutrirci. Di poesia. La tua… La mia…

Ascoltale non sono le parole
non è la voce o il gesto
la luce in cui consiste tutto questo

I suoi preferiti. Scritti a mano, al cacao… Su fogli di pane.
Sullo specchio. All’ingresso… Ritratto di-verso. Vera poesia: visiva e concreta. Per vederci.

sono parole per i morti nuove
bruciano nella fibra delle stelle
esplose nei silenzi di tensione
marchiando a fuoco questo cielo schermo
percorrono a ritroso negli spazi
sequenze provvisorie di segnali

pesando come sangue sopra i polsi
che freddo si condensa nei condotti

tremano nelle insegne i nomi in neon
grida la notte oltre gli occhi i sogni

e brulica di kaos e di cose
divisa dalle lamine di luce

quello che non accade è poesia
indistinguibile da tutto il resto

Sullo specchio. Col rossetto. E non voleva cancellassi: voleva vedersi attraverso le scritte. E rideva: iridi schiette. Per quei versi – i miei! – scritti.
Luce più luce. Uguale: difficile… Farne a meno. E ancora ancora ancora – ne chiedeva.

Ascoltale non sono le parole
non è la voce o il gesto
la luce in cui consiste tutto questo

I suoi preferiti…
L’ hanno spenta [scrive col marker sul tavolo… Poetando ad alta voce]
La notte è una porta tra il mondo e la morte… aperta su strade che tornano indietro… riempite di vuoto metallico e freddo… i ponti crollando spalancano il niente…la polvere impregna i colori e li spegne… s’espande in distanze distese e inviolabili…
E lei: distesa sopra di me. Cascata: di onde. Rosse…
gli squarci si formano enormi nell’aria spaccata che tende a rapprendersi… nell’aria spaccata…
schierarci ci serve soltanto ad avere e esibire un inutile alibi…saremo noi stessi nei nuovi massacri… massàcrati e massacràti… a venire le prede e i carnefici… per questo dobbiamo comunque provare a nasconderci senza esitare..
ma addosso rimane per sempre l’odore del sangue [addosso rimane – per sempre! – l’odore]… e il rumore che siamo…
e dunque salvarsi non sembra per niente possibile…
almeno per ora…
Ascoltale non sono le parole
non è la voce o il gesto
la luce in cui consiste tutto questoI suoi preferiti.
Sono parole per i morti…
Riposa in pace. Di luce. Amore…

quello che non accade è poesia
indistinguibile da tutto il resto
».