Monocito [Dama in volo]

[Dama, 20/25 anni.
Ambientazione: uno studio.
Dama è sdraiata – prona – su un tavolo. Un riflettore acceso, alla base del tavolo, è puntato sul suo volto. Dama, a occhi chiusi, si gode la luce artificiale come se fosse un sole estivo. Indossa solo un accappatoio bianco, marcatamente largo. Sorride. Improvviso spalancare gli occhi: si siede sul tavolo].
DAMA: «Io sono una dama, una Dama – Dama… Ma no! Questo non c’entra. Io sono un’attrice. Io sono. Io sono chiunque si possa. La riprova.
Io odio il buio. Odio il sonno. Odio la notte. Quando mi sveglio presto, mi svegliano gli uccelli. Sdraiata, guardo. Guardo e che sguardo! Quando? Quando le maniglie d’ottone dell’armadio si fanno chiare e gialle; e il catino dell’acqua… Ma no! Voi, voi non potete capire, pur ardite: conoscere… Voi dite. Voi non potete.
Voi non potete capire che cosa si prova quando si prova, quando si sente di recitare male… E vivere peggio. Quando tutti gli oggetti della camera risplendono, anche il cuore batte forte. Il corpo torna pieno; prima è rosa, poi giallo, poi è marrone. Troppi colori per una scelta sola. Rosso, sì! Rosso! Un vestito rosso. Come il tappeto: spettacolo.
Io voglio essere la prima! Devo. Devo scegliere: è giorno. Un giorno rosso… Lo sento. Quanto? Quanto il sole: nelle ossa! Le ossa si sentono sole e non è carne, non c’è altro che sostiene. Con le mani percorro le gambe e tutto il corpo: sento come si sporge – e la sua esilità. [Ritrae bruscamente i piedi sul tavolo come un ranocchio] Io sono una dama: ero un gabbiano. Io ero in gabbia… No! Questo non c’entra…
Voi non potete capire: quando i piedi si posano sul pavimento, piango. Sarà un giorno non bello? Imperfetto? Io sto bene. Tra poco lasceremo questa scuola e avremo gonne lunghe.
[Distende le gambe dinnanzi a sé e si fissa i piedi nudi]. Di sera avrò collane ed un abito bianco, senza maniche. E ci saranno feste! [Scatta in piedi] Un abito bianco! Un abito bianco e rosso! Rosso: tappeto e petali. Fiori! Sì? Fiori per me? Sì! Grazie! Grazie! [Si inchina a ricevere un’ovazione immaginaria]
Ci saranno feste. E un uomo mi vorrà, prima di tutte: mi troverà la più bella, la più, più di tutte. Di tutte le altre. Quelle con gli occhi verdi: gelose. Mostri di gelosia: Otelle novelle. E un uomo mi vorrà, ma non sarò di una sola persona. Eh già… Ma lui, lui non credeva nel teatro e non credeva alla verità, la verità che riposa sul testo. Io sono una dama e voglio essere la prima!
Ho ancora cinquant’anni da vivere, o sessanta: e non ho ancora fatto tutto quello che devo. La vita inizia qui! E ho qui, davanti, a me, una nuova giornata da forzare… Mentre dondolo i piedi, seduta…
CHI muove anche le gambe? Voi non potete capire: quando mi guardo vedo il corpo e la testa insieme, e quando muovo la testa e gli occhi, allora TUTTO IL MIO CORPO MAGRO diventa pieghe e le gambe SOTTILI sembrano un’alga in acqua… Tutto è reale, tutto, e tutto è saldo, senza vedere ombra che sia ombra, e sulla fronte la bellezza corre! E sulle guance…
Il corpo è corpo. E opera. È tutto lucido – le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso]
Io voglio essere la prima che si cambia il vestito! Mi legherò i capelli con il mio nastro bianco: quando salto, io voglio che il nastro sia bandiera! Non è bandiera bianca, ma segno: io voglio il tappeto rosso. Io sono un’attrice [declama con enfasi]
Il frutto è gonfio
sotto la foglia.
La stanza è d’oro;
io dico: vieni.
io dico: vieni
la stanza è d’oro;
Sotto la foglia.
Il frutto è gonfio
[Pausa. Chiude gli occhi per qualche istante, inspirando a fondo. Si risiede sul tavolo e riprende, pacata e placata]Ma no, questo non c’entra… Come siamo orgogliosi, noi sediamo qui e non abbiamo venticinque anni! Ci sono rami, donne, alberi; e macchine corrono via! Resta a noi: il deus. Ex machina. Anche lui.
E chi è giovane uscirà da un brutto buio, si guarderà sicuro intorno e avanti. E una porta si apre. Una porta, dopo, si apre sempre. La porta vicino e non è la mia! E mai: il lavoro. Non ha fine mai il lavoro, non finisce mai: il lavoro! Voi non potete capire: ero meschina, proprio come lui mi voleva. Ero mediocre, nella fossa di leoni fatti lenoni… Recitavo sconnessa e deprimevo anche la Stanza, così…
Per scommessa… Non sapevo più stare sul palcoscenico: restavo sul patibolo. Altre voci mi minavano e non riuscivo più a dominare la mia. La mia voce! Io: dama e domina! Io non riuscivo più a dominare la mia voce! Voi non potete capire. Ma dite. Non ditemi più di aver baciato la terra dove rotolavo. Io non sapevo più dove mettere le mani, mani che allungavano senza – mai – tendere…
Poi? «E poi il Sole baciò la mia Crisalide – e Io mi alzai – e vissi –». Ora le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso] Io voglio essere la prima. Dama viene, dama va. Dama vola. Io sono un gabbiano. Ma no, questo non c’entra… Pensa a una scimmia che lancia le noci: e io – non resterò seduta a lungo.
Volubile per gli uni; oppure rigida, fatta di angoli acuti come il ghiaccio; o voluttuosa – come il fuoco… L’oro… E rosso. Ancora. I piedi sul tappeto, non io. Voi dite?
Mai, mai! Non finisce mai il lavoro. Tra poco lasceremo questa scuola: da quando sono qui, faccio sempre delle lunghe passeggiate. Cammino e penso: passo fatto, passi falsi, passo – passo e passo a farsi…
Ho guardato. Ho osservato. Ho scelto il giallo o il bianco, il lucido o l’opaco, l’abito largo o aderente che stavano meglio. E ho osservato…
Ora divento grigia. Ora divento scarna. Mi contemplo nel viso a mezzogiorno, con luce piena, allo specchio; siedo. Ho cura nel guardare… Ma lui rideva sempre delle mie fantasie e derideva – sempre! – i miei versi… Bramìti, fantasticati… Io voglio essere la prima. E ora? Ora sono una vera attrice, recito con piacere, con godimento: diletto, non di letto! Sul palcoscenico sono come ebbra – e febbre e fuoco! E mi sento bella… La più! Una dama.
E poco importa se recitiamo o scriviamo: nobilita e opera. Poco importa. L’essenziale è la capacità, abile e ampia, di saper soffrire. Resistere.
Saper soffrire e non: offerta in pasto. Chi dice dama non dice: mangia. Tutto il mio corpo magro… Ma no: questo non c’entra… Di che? Di che cosa stavo parlando? Ah, sì! Il Sole baciò la mia Crisalide: sappi portare la tua croce e credi. Io credo e non soffro più…Tanto. E quando penso alla mia vocazione: azione è voce – non temo più la vita. IO NON HO MAI PAURA. Io sono una dama… Ma no! Questo non c’entra…
Io voglio essere la prima. Un soggetto per un breve riscontro.
[Si strofina gli occhi, sbadiglia e scoppia a ridere]

Non si finisce mai. Devo cambiarmi. Ecco la prova. Generale. Scena: a me! Deve essere buona.
La prima!

Chiara Daino

 

[Nel corpo del testo sono interpolati/interpretati alcuni estratti de Il Gabbiano di Anton Čechov e Jinny di Massimo Sannelli]

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