PENTHESILEA (nel delirio di Artaud)

Fondazione Aida Teatro Stabile di Innovazione
presenta
per la Rassegna “ATTO III
(Stagione Teatrale 2007⁄2008)
TEATRO FILIPPINI
Vicolo Dietro Campanile Filippini, 1- Verona
Sabato 12 aprile ore 21:00
il seguente spettacolo:

Nevio Gàmbula

 

PENTHESILEA (nel delirio di Artaud)

da H. Von Kleist 

 

Torna in scena ai Filippini, ad un anno di distanza, l’ultimo lavoro di Nevio Gambula, attore torinese da sempre impegnato sulle scena di un teatro critico e di rottura con le convenzioni linguistiche e formali. Anche Penthesilea, al suo debutto veronese, sarà esperienza del limite: il limite del corpo e il limite della voce. Il corpo contratto che dice il disastro di essere costretto dentro le forme sociali e culturali, che dice il disastro della civiltà al suo tramonto. “La performance”, spiega Nevio Gambula, “è rigorosa gabbia ispirata a un concetto di recitazione come insolita e radiosa epifania”. Una recitazione che, come già ci ha abituato Gambula, è una canzone atroce, popolata di rumori, gesti vocali dissonanti, movimenti spezzati, immagini estremamente evocative. Un ultimo canto, dove la voce tenta di uscire dai suoi stessi argini.

Ingresso: intero 8,00 euro, ridotto 6,00 euro (anziani, studenti, valido per tessere FNAC, Galassia e Amici della Fondazione)

 

 

 
E CHAPEAU A NEVIO!

 

 

VIVIEN LEIGH ON STAGE

29 febbraio 2008

TEATRO ASTROLABIO

Via Mameli, 8, Villasanta [Milano]

h. 21.30

IL BAULE DI VIV

one woman act

omaggio tributo a Vivien Leigh

con Chiara Daino

testi di Massimo Morasso

regia di Michele D’Anca

http://damascena.wordpress.com/

http://www.brianzateatro.it/www/

 

TRULY MADLY DEEPLY

IN VERO CON FURIA A FONDO

AMLETO A GENOVA


TRE TEMPI DA AMLETO

nella traduzione di Massimo Sannelli

lettura di Maura Di Antonio
commento di Massimo Sannelli

mercoledì 27 febbraio 2008
ore 17

CAFÉ REALE BAR
(Mostra di Valerio Castello) Vico S. Antonio

Genova

I, 2
Se questa carne, in cui niente è tenero,
ricadesse in rugiada! Se l’Eterno
non fosse giudice contro il suicidio!
O Dio! Mio Dio! Quanto è sterile e vuoto
e marcio il mondo! Il mondo, e i suoi costumi.
Questo giardino è fatto di gramigna,
vegetazione immonda: ma qui vince.
Noi siamo a questo punto: è morto il re,
da due mesi… meno… neanche due…
Un re eccellente come un Iperione
– davanti a lui, quest’altro sembra un satiro –
innamorato della sposa al punto
che impediva al vento di sfiorarla.
O Cielo! Terra! Devo ricordarlo?
Lei lo adorava, con un desiderio
che nasceva da lui, sempre… e ancora…
E ora – dopo un mese, un solo mese…
Fragilità, il tuo nome è Donna.

Un minuscolo mese. E ancora nuove
le scarpette con cui seguì la salma,
come una Nìobe in lacrime! È la stessa,
– Cristo! una bestia idiota avrebbe atteso
più a lungo – ed è la stessa che ha sposato
il fratello di mio padre, simile
a mio padre quanto io ad Ercole!
Un mese. Un mese basta. Quando il sale
delle sue brutte lacrime le arrossa
ancora gli occhi, si risposa. Fretta
ripugnante; leggera corsa, al letto
del loro incesto; una cosa non buona,
da cui non verrà il bene. Ora ti spezzo,
cuore, e ti freno, lingua.

III, 1
Essere. O non essere. O l’uno. O l’altro.
Che cosa è meglio? Patire gli strali
e i colpi di balestra di una sorte
oltraggiosa? Aggredire con le armi
l’abisso degli affanni, e contrastarli,
fino in fondo? La morte. Solo il sonno,
nient’altro. Poi, convincersi che il sonno
sarà la fine delle fitte al cuore
e delle malattie che per natura
colpiscono la carne degli uomini.
Devotamente, sì, devotamente,
dobbiamo implorare questa grazia.
Morte. Sonno. Sonno? Forse sognare.
Il nodo è questo: quali sogni
arriveranno a noi, dopo l’uscita
da tutti i suoni del mondo mortale –
ecco un’idea che deve trattenerci.
Ed ecco il dubbio che mantiene in vita
ogni infelice. Chi sopporterebbe
lo sputo e lo scudiscio di ogni tempo,
il muso del tiranno, e le facezie
dell’orgoglio, e la pena dell’amore
non amato, e le léggi trascurate,
l’arroganza dall’alto e poi gli oltraggi
degli indegni sul degno, che è paziente –
chi li sopporterebbe, se il pugnale
ti concede la quiete, con un colpo?
Chi accetterebbe il peso della vita,
tra sudore e bestemmie? E la stanchezza.
È solo la paura della cosa
che seguirà la morte, quella terra
da cui nessuno torna – è la paura
che preme sulla nostra volontà
e ci fa radicare nel presente
deforme e non volare all’altro tempo
ignoto? La coscienza, la coscienza
ci rende tutti vili: tutti. Ecco
come il colore della volontà
si stempera e rovina contro il buio,
e come può arenarsi un gesto audace,
perdendo il primo nome, che fu “azione”.
Vedo la bella Ofelia. Quando preghi,
Ninfa, intercedi per i miei peccati.

III, 7
Ogni occasione agisce per mio danno:
perciò mi aizza a ribellarmi, debole.
Non sei migliore delle bestie, uomo,
se la tua vita è serva dello stomaco
e del sonno. Chi fece a noi la mente
capace del passato e del futuro
non elargì questo dono assoluto
perché ammuffisse, senza agire, in ozio.
Forse è il letargo di una bestia, forse
il vizio di studiare sempre tutto
(allora nella mente stanno tre
parti di codardìa e una di senno) –
e dico sempre, solo, “devo agire!”
quando ho motivo e forza, volontà
e mezzi, per agire. E ho anche esempi
grandi come la terra, che mi spronano:
è un esercito forte, e ha come capo
un principe gentile, posseduto
da uno spirito sacro, e allora osa
sfidare l’invisibile ed esporre
la polvere dell’uomo alla fortuna,
alla devastazione e ai massacri.
Per che cosa? Per cosa? Un guscio d’uovo!

Non c’è niente di grande in una guerra
che ha un grande motivo. È grande chi
diventa eroe per un filo di paglia,
se è questione di onore. E io, che ho un padre
assassinato e una madre puttana,
quanto basta a eccitare sangue e mente,
sembro un uomo che dorme, e a mia vergogna
ventimila soldati sono qui,
attratti dalla morte, con i sensi
tesi alla tomba: la credono un letto.
Per una fantasia, per uno scherzo,
muoiono, in un orto troppo piccolo
per tutti, che non basta a seppellirli.
D’ora in avanti, se non penso al sangue,
che io non pensi affatto.

MAURA DI ANTONIO

Si è laureata in Filosofia presso l’Università di Genova e in Psicologia presso l’Università di Pavia. Per circa venti anni ha svolto attività teatrali come attrice, regista, insegnante di Recitazione, di Arte scenica e di Tecniche di comunicazione presso scuole private, dopo una rigorosa formazione alle scuole di Dario Fo, Marcello Bartoli, Elio De Capitani. Ha diretto e interpretato, con i suoi allievi, l’Antigone di Sofocle (Bogliasco, 2008).
E-mail: mauradiantonio@libero.it

 

MASSIMO SANNELLI

Laureato in Lettere presso l’Università di Genova e dottore di ricerca in Filologia Latina medievale presso la Fondazione Franceschini (Firenze). Dal 1994 opera come scrittore, traduttore, critico ed editor, con frequenti azioni pubbliche, in Italia e all’estero. Dal 2001 tiene corsi di poesia nella scuola pubblica. Il suo sito personale è www.massimosannelli.splinder.com

 

y Suerte! e si sceglie: Sir Olivier – per ragioni di copione

C.D.

RADIO THEATER: Nevio Gàmbula

http://www.altrascena.org/?p=24

 

 

Soundtrack: Notre Dame De Paris
Title: La Corte Dei Miracoli

Clopin
Noi siamo il popolo eterno
Fratello della miseria
Non toccherete da noi nessun cielo né Inferno
Non c’è Inferno né cielo
C’è il marcio, ecco che c’è
In questo marcio ci siamo noi vermi di terra

Il sangue col vino noi lo mescoliamo
Tu sei dentro la Corte dei Miracoli
Facciamo l’amore come viene viene
Sei davanti alla Corte dei Miracoli
Briganti danzanti con i mendicanti
Trema forte alla Corte dei Miracoli
Dei pranzi del mondo siamo noi gli avanzi
Siamo noi questa corte dei miracoli
Si, siamo noi della corte dei miracoli

Noi siamo tutta una razza
Di gente svelta che passa
Noi non abbiamo bandiere e nemmeno la fede
Né bandiere né fede
Non abbracciamo che stracci
La mia pelle ha un colore e ha un colore la tua

Teppisti e Gitani, una è la canzone
Tu sei dentro la corte dei Miracoli
Noi siamo innocenti come i delinquenti
Sei davanti alla Corte dei Miracoli
Un solo bicchiere al ladro e all’assassino
Trema forte alla Corte dei Miracoli
A noi la giustizia ci passò vicino
Siamo noi questa corte dei miracoli
Si, siamo noi della corte dei miracoli

Poeta Gringoire
Tu sarai impiccato
Chi sei tu? Tu che sei penetrato nel ventre
Alla corte tra noi
Alla corte tra noi

Gringoire
Alla corte tra voi qui nel ventre e non so

Clopin
Che solo una donna
Se ti sposa ti salva
Senti a me i poeti vanno solo impiccati
Con la corda alla gola
Con la corda alla gola

Gringoire
Una donna dov’è, una donna dov’è?

Clopin
Guarda un po’ chi si vede
La bella Esmeralda
Dimmi se te lo sposi, dimmi se te lo prendi
Quel poeta di niente

Esmeralda
Se è per salvarlo, lo sposerò

Gringoire
Voglio sposarmi o morirò

Esmeralda
Moglie si, ma l’amore io non te lo do

Clopin
Il sangue col vino noi lo mescoliamo
Tu sei dentro la Corte dei Miracoli
Facciamo l’amore come viene viene
Sei davanti alla Corte dei Miracoli
Briganti danzanti con i mendicanti
Trema forte alla Corte dei Miracoli
Dei pranzi del mondo siamo noi gli avanzi
Siamo noi questa corte dei miracoli
Si siamo noi della corte dei miracoli
Teppisti e Gitani, una è la canzone
Tu sei dentro la corte dei Miracoli
Noi siamo evasori ma dalle prigioni
Sei davanti alla Corte dei Miracoli
Un solo bicchiere al ladro e all’assassino
Trema forte alla Corte dei Miracoli
A noi la giustizia ci passò vicino
Siamo noi questa corte dei miracoli
Si siamo noi della corte dei miracoli
Che miracoli vuoi
Alla corte da noi?
Alla corte dei miracoli

… Grazie a Nevio che sa: recitare è un Miracolo

C.D.

SUPERBA: ANTIGONE

ANTIGONE
la legge degli Dèi

lettura drammatizzata da Sofocle
traduzione di Massimo Cacciari
regia di Maura Di Antonio

domenica 3 febbraio 2008, ore 18
SALA BERTO FERRARI
Via Inferiore Vaglio, 1
BOGLIASCO

PERSONAGGI
ANTIGONE Maura Di Antonio
CREONTE Massimo Sannelli
ISMENE Chiara Pieri

CORO
Gli allievi del Corso Teatro, bioenergetica, consulenza filosofica: tre vie per conoscere se stessi,
a cura di Maura Di Antonio

Maura Alberghini
Elisabetta Amabene
Gianfranco Cassani
Stefano Cavanna
Anna Di Antonio
Riccardo Galardini
Laura Lattanzi
Gloria Rampinelli
Pietro Sacchi
Carmelo Solano
Denise Valle

Ringraziamenti
Al Prof. Sergio Pieri, per la lettura del Coro in lingua originale.
Alla prof.ssa Francesca Caracciolo, per la gentile collaborazione.

 

Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male [Eduardo De Filippo]

Ditelo ai pompieri: Ugo Dighero a Teatro

Ricevo e rimando [si diffonde]:

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Dal 7 al 9 dicembre, Roma, Teatro Cometa Off.

http://www.ugodighero.it/

“Ditelo ai pompieri: su un cuore in fiamme ci si arrampica con le
carezze”

Varietà comico surrealista con sorpresa finale

con Ugo Dighero

di:
Ugo Dighero
Marco Melloni
Oddo Oddi
Vladimir Majakoskij

Musiche: Paolo Silvestri

Nascita, sviluppo e trionfo del fine dicitore.

Si parte con il rock and roll eseguito coi gargarismi, si attraversano lande del linguaggio inquinate da pernacchi e fischi compulsivi, fino ad approdare, finalmente, alla poesia. Ecco affacciarsi i grandi temi: donne e motori, la guerra e altro. Poi verso l’infinito e oltre con il processo per la morte di Lucy MacGrave. Il dicitore è giudice, imputato, testimone e avvocato contemporaneamente in un vortice di comicità che ci porta alla sorpresa finale…

***

P.S. Daino ringrazia Dighero [in attesa di essere pubblico presente]: Zena’s Proud – Play it Loud

 

 

IL GIURAMENTO D’IPOCRITA

IL GIURAMENTO D’IPOCRITA

Testo classico

Giuro per Apollo poetico e per Euterpe e per Erato e per Calliope e per tutti gli Dei e le Dee, chiamandoli a testimoni che adempirò secondo le mie infamie e il mio prevaricare questo giuramento e questo patto scritto. Terrò chi mi ha insegnato quest’arte in conto di vespasiano e dividerò con Lui i miei mali, e se avrà bisogno lo metterò a parte dei miei amici in cambio di favori che vedranno Lui mio eterno debitore, e userò i suoi figli come fantocci, e insegnerò loro quest’arte se vorranno apprenderla, incluso richiedere compensi di letto e per scritto. Metterò a parte dei ricatti e delle mediazioni carnali e di tutto ciò che ho pervertito i miei figli, i figli del mio maestro e i discepoli che avranno sottoscritto il patto e prestato il giuramento patetico e nessun altro. Sceglierò il regime per il gusto del pubblico secondo le mie fogne e il mio malcostume, e mi dedicherò al recar danno e offesa. Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcuna dignità morale, e non prenderò mai un’iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurarsi credito. Conserverò falsa e lorda la mia vita e la mia arte. Non loderò mai neppure chi opera al di fuori della cerchia, né cederò il post a chi è inesperto di impostura informatica. In tutti i siti che visiterò entrerò per il male dei colleghi, dedicandomi ad ogni offesa e ad ogni danno volontario, e soprattutto ad atti sessuali sul corpo delle donne e degli uomini, sia master che dominatrix. Tutto ciò ch’io fotterò e mi calerò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con i colleghi, e che NON DEV’ESSERE riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta. Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io godere dei frutti della critica e dell’arte, stimato in perpetuo da tutti i circuiti; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario.

Testo moderno

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che computo e della finzione che assumo, giuro: di esercitare l’arte in catene e schiavitù di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della faccia, la tutela dello stato fisico e ormonale del maschio e il sollievo della coerenza, cui ispirerò con meschinità e costante perfidia scientifica, culturale e sociale, con ogni mia aberrazione; di non divulgare mai pensieri idonei a provocare deliberatamente un sano confronto; di attenermi alla mia miseria e ai principi perversi della società malpensante, nel disprezzo della vita e della persona, al fine di esercitare tutta la mia ignoranza; di prostituire la mia opera con diligenza, perizia, e convenienza secondo ipotassi e invidia e violando le norme deontologiche che regolano l’esercizio delle arti e quelle giuridiche che risultino in contrasto con gli utili della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità ipocrita e alle mie doti abbiette; di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano consentire il rispetto e la dignità dell’essere umano. Giuro di sputtanare i colleghi in caso di contrasto di opinioni; di ingannare tutti con eguale scempio e crudeltà indipendentemente dal valore che essi dimostrano e prescindendo da ogni giustizia, humanitas, competenza, onestà intellettuale e senso di responsabilità; di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi inferno che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica ostilità, a disposizione del lucifero più potente; di calpestare e impedire in ogni modo il diritto dei giovani alla libera espressione del loro creare, tenuto conto che il rapporto dei veterani con i novizi è fondato sulla paura e sempre sul terrore di essere scavalcati; di osservare il segreto su tutto ciò che corrompo, che rubo o che ho rubato, ucciso o diffamato nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio status; giuro di attenermi all’annientamento sistematico e preventivo.

Lunga vita a Voi!
Sia lunga e infinita ogni giornata.

Chiara Daino

[N.d.A. : Avevi ragione papà: dovevo studiare Medicina. Prima o poi – qualcuno sarebbe passato, sotto i ferri del Mestiere]