LA MERCA: SOUL BRANDING

INVITO ALLA MERCA-TURA, LA LETTERATURA DELLA MERCA
di JACOPO RICCARDI

 

 

À rebours, ma anche in profondità. Leggere l’opera primeva di Daino in chiave retrospettiva, al termine della lettura dell’opera tutta sua edita, consente di seguire nei due sensi di marcia un itinerario, attraverso i più rilevanti marca-sentiero.

La debita premessa è la ristampa, fortemente voluta bottom-up (perché comunque ci vuole anche culo) de “La Merca” da parte di Fara editore (20061; agosto 20122). Cinque anni prima de “l’Eretista”, testo di mole e di articolazione maggiore, Daino [e]ruttava un volumetto snello, dal titolo pregnante, “La Merca”, appunto.

In epigrafe sta scritto “Voi sapete cos’è la merca? È un marchio”. L’asciuttezza definitoria è solo un indirizzo superficiale al lettore, uno sprone ad affrontare le parole come un rompicapo ligneo. La “merca” è il marchio con cui sono segnati a fuoco i capi di bestiame. Un segno di proprietà, uno sfregio, un tatuaggio limitativo, un atto di forza che l’animale subisce. Gabriele D’Annunzio (Forse che sì forse che no) rendeva con animo bruzzio la violenza sottesavi: “la prodezza del buttero nel giorno della merca? La bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù”. La merca è uno stupro, che ti segna. La merca ti fa prodotto, ti fa merce. Sei sul mercato, il mercato delle vacche[1]. Merca, attraverso merce/mercato/mercare (verbo che appare anche in Dante) ti proietta al mercimonio. Perché il cuore del romanzo di Daino è la reificazione. Il percorso 2006-2012 della Dama è ricco di evoluzioni, ma è fedele a questo tema, che ha radici autobiografiche inevitabilmente più evidenti in un’opera prima[2].

Il segno dell’alcool, delle sigarette fumate in una catena consapevole di autodistruzione, l’anoressia (campo ovvero tema sul quale la letteratura scorrazza fin troppo liberamente) sono tutti marchi (merche) di Jenny (il cui nome è, ci svela l’Autore in una sorta di sigla di coda, di postfazione, di commiato, un riferimento a Jenny è pazza di Vasco Rossi).

La parola d’esordio è un esclamato “merda”. Non è scatologia, ma escatologia, perché le cose ultime e le cose prime si toccano. Merca/Merda fa scaturire il bisticcio su c/d, che al contempo è il cd musicale (la musica di Vasco, il Metal, colonne sonore) ed è la sigla dell’Autore, la sfraghìs.

Compaiono nella merca i ludi verbali (omografie ed omofonie[3], omoteleuti, rime al mezzo, schizzi enigmistici[4], feticismo etimologico[5]…), riferimenti ad un orizzonte culturale classico specifico (l’interpretazione colliana dell’arco di Apollo, bioV/bios come “arco” e come “violenza” – Apollo l’obliquo – p. 14; il trittico “il fisico, il mondo, la perfezione” p. 19 traducibile in “physis – mundus – kosmos”, i molteplici cammei letterari (Shakespeare, Melville, la Alcott…), musicali (la Caselli, Samuele Bersani, Vasco, Palconudo, Simon & Garfunkel, ecc.), l’alveo metallaro.

Il verbalismo si fa gioco strenuo in talune circostanze bizantine, come l’attacco del capitolo “Silenzio!” che secondo una tradizione inveterata si scioglie in una melodia sonora sibilata (come nella canzone di John Harle). Ma la scatola è più raffinata: si susseguono 45 parole contenenti la sibilante, al centro (in 23° posizione), la parola “consolatorio” attribuita al “gesto” della sigaretta-pseudorimedio. “Silenzio” ricorre 9 volte, numero sacro e divino; “sigaretta” (anche al plurale) compare 7 volte, numero apocalittico. “Stanza vuota. Stomaco pure”, parole con le quali il passo inizia, gioca sul valore sinestetico del vuoto “fisico-corporeo” (anoressia) e del vuoto “fisico-spaziale” (solitudine; parola di clausola) su cui la sigaretta prova ad insinuarsi, senza rompere l’assordante silenzio ma anzi amplificandolo: la “stampella” è “fallace”, anzi è “sicario”, è racchiuso qui in prolessi il finale del romanzo e viene descritto con dolorosa consapevolezza l’horror vacui (medievalissimo) dell’Autore che per questo si sfonda i timpani con la musica (p. 55; ed infatti non sa tenere un tono di voce normale, anche nella realtà extra-letteraria).

Lo strumentario c’era tutto, si è sviluppato, si è raffinato. La paranoia, negli anni, si è incistata, ed il corredo delle note è aumentato, mentre ne “La Merca” sono solo 23, molto asciutte. Ma il sound di fondo c’era già tutto, a volte in nuce, a volte all’opposto più estesamente espresso di quanto invece non sia, nelle opere successive, condensato in versicoli o frasi enigmatiche: valga a modello la (sprecata) lezione di vita (sprecata) di pp. 21-24.

La componente pornografica, che esploderà nell’opera in versi, ha già ne “La Merca” ben precisi canali: il seduttore-approfittatore, il sesso orale[6], la violenza subita. Anoressia del sesso, anche: il cibo entra per uscirne rigettato, così come lo sperma (p. 40) schizzato in realtà non riempie, ma svuota, e colando porta con sé linfa sana: ossimoro, glifo scelto come insegna.

Cosa dunque sta tra “La Merca” e l’opera susseguente? Sta un’evoluzione di volumi, sia librari che alcoolici. Ci sta una serie di sigarette che dal “mozzicone” con cui si Jenny si manifesta (p. 13), di sigaretta in sigaretta (p. 14), va all’ultima (p. 116) per morire come Jenny e rinascere (“Virus71”, “Lupus Metallorum”) come Dama. La risorgenza che non è ruminazione, ma itinerario su scalini di metallo attraverso regni danteschi, paradisi baudeleriani, pipelines colme di Beck’s, e qualche centinaio di succhiamenti.

Un invito alla lettura deve attingere, trapanare in alcuni punti come un saggio [geognostico] con la carotatrice, e quindi queste linee qui si troncano. Non prima di evidenziare che il tema Dainiano principale, l’Amore, era anche il cuore de “La Merca”, presentato nella iperclassica endiadi “amore-e-morte” (la morte come “puttana fedele” che si concede a tutti è emblematica in tal senso, p. 89) e siglata dalla citazione di Novalis (p. 109) che fa da assist narrativo alla conclusione, che deve più di un debito al “Testamento di Tito” di Fabrizio De André.

Debbo alla grande confidenza di una serata irripetibile (come avrebbe pensato Eraclito), infine, la comprensione del “perdonato tutti” di p.120. Ma questa, scusate, il commentatore la porta con sé.


[1] “Giovane Giovenca, Jenny si sentiva una mucca: nutrita, munta, montata e smontata…” dove si assiste 1) a quello che sarà un classico dainese, ovvero la consonantizzazione accentuata della quasi mugiens littera (Quint. Inst. 12,10,31) qui imperniata proprio sulla mucca, 2) al richiamo mitologico ad Io mutata in giovenca e posseduta da Zeus, 3) alla triplicazione del suono “g” in giov/giov/j , 4)  al richiamo pornografico montata-smontata (cfr. anche “mento munto” p. 76).

[2] Il colore degli occhi (p. 16; p. 25), la birra preferita (p. 25), le coloriture della chioma (p. 71), il Pampero a golate (p. 81) e poi l’analisi, il rapporto con gli uomini e con la sessualità, la stilistica ardita….e l’imperniarsi sull’io (p. 39; ma ancor meglio “io/delir-io/tripud-io” a p. 38).

[3] E.g. “…logorroico…logorata…lontana” (p. 24); “pose…sposa…posata” (p. 18); “ostinata…ostile…ostensorio / istinti” (p. 28); “ballare…sballarsi” (p. 60); “musicata…musa” (p. 61), “ego egoista egocentrica egotista” (ivi), “stratagemma…stratega…strega” p. 93).

[4] E.g. il maiuscolo Si di “alzarSi” a p. 13 cui ribatte in enjembement il “No” di replica; l’esclusione dell’interpunzione in “miglio verde bile” (p. 17) che permette l’allusione al romanzo di Stephen King (1996) diffuso nella versione filmica con John Coffey (1999); “Argentino e tanto” in primo rigo, dove la “atmosfera prensile” del sogno interrotto è quella di un sogno erotico con un bel sudamericano – ma al contempo si crea un gioco consonantico tra “tanto” e “tango” sotteso per richiamo logico a “argentino”.

[5] “…modelle pronte alla sfilata, bestie pronte alla parata” dove oltre all’isocolia stanno il richiamo alla pratica della “merca” ed il gioco etimologico tra pronto/paratus/parata.

[6] “…superava gli esami del sangue con brillanti esami orali…” (p. 26); ma già a p. 25, e poi p. 47 e l’efficace “birra e sborra” di p. 51 e, ivi, “dopo aver ingoiato la sua coscienza cum il suo piacere” ripreso (appunto) nel latino cum gula di p. 66; p. 62.

 

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LO SCANDALO DELLA LINGUA: Luigi Metropoli intervista Chiara Daino

 

L.M. Nella tua scrittura poetica adotti spesso le forme chiuse, metriche ferree e prosodie rigorose. Eppure all’interno dello stesso libro, la varietas di queste forme è sorprendente, come sorprendente è la malleabilità che queste assumono sotto il tuo lavoro di cesello. Al contempo la veste lessicale è completamente ritessuta: parole inventate e altre decapitate, arcaismi che ritornano, preziosismi ed escursioni in registri allotri a quello poetico; in questo smottamento lessicale e ricostruzione linguistica è l’ambito semantico a essere straniato: rimandi continui tra sensi allusi e dichiarati, e soprattutto unità di significato che sembrano attendere l’oralità (o meglio: la vocalità) per assumere ulteriori sfumature, significazioni. Infine la criptocitazione e la riscrittura. Una lingua (e una poesia) che cresce su se stessa. Ci puoi raccontare (non spiegare, ma raccontare) la genesi dei tuoi versi? Restando su un repertorio poetico, quanto incidono i testi altrui (più che letture, direi assimilazioni) nell’elaborazione dei tuoi?

C.D. Come nascono le mie poesie? Sarebbe più facile trovare la fattorizzazione di due numeri primi con più di dieci cifre l’uno – che rispondere, rendendo comprensibile ad altri quel Δαίμων (dáimōn) tutt’ora incomprensibile a me [nonostante mi alberghi in cranio e occupi la mia carcassa]. Spiegare come nascono le mie poesie è come provare a dire che lo spazio può suddividersi in infiniti sottospazi e questi a loro volta, ricorsivamente, in altrettanti frazioni di spazio, quando l’aria che ti separa da un ceffone in arrivo sta diminuendo sempre più: se lo spazio è infinito, un ceffone non arriverà mai a destinazione perché dovrebbe oltrepassare infiniti spazi. E provate a spiegarlo alle gote tumefatte dei miei ex…

Semplificando: come nascono le mie poesie è un processo di gestazione che non conosco e non voglio conoscere [e quanto è palese che mi scelga amici matematici per concertare assurdi paralleli poetici?].

Alle risposte sbavate da Cane di Pavlov preferisco i paradossi alla Gatto di Schrödinger – se solo il pubblico non mi ragliasse invettive confermando l’onnipotenza e l’onnivalenza dell’Asino di Buridano – ma non sarebbe, chiaramente, corretto cavarmela «alla Pratchett»…

Daino, quindi, dirà dei versi e delle liriche – più che delle poesie [termine ormai logoro e abusato, come logoro e abusato è scrivere logoro e abusato]: l’animale geneticamente predisposto reagisce a uno stimolo che l’anima filtra e l’artista perfeziona.

Il pretesto poetico è sempre un pre-testo che si scatena quando la mia cinesfera è biglia di cristallo che si scontra con i globi di granito dell’accadere antropico, tintinnando un motivo: matrëška di sensi che devono, sempre e comunque, concertare suoni. Siano echi di antichi aedi o accordi minori; siano rimbombi metallici o ritornelli scapigliati; siano ripercussioni dell’orecchio onnivoro che conclude il timpano interno – è il ritmo il reale rapace che mi radica. E recupera e rimesta: cultura classica e volontà ferrea, indole bambina e struttura chiodata, sorriso di Sfinge e ghigno da Stregatto, grazia e violenza, ricordi di strada e pupilla lucida. Una leccata e un’unghiata, nella pescina veste ossimorica.

È la continua azione gastrica che infiamma, ingoia e vomita senza possibilità altra: la facilità di parola non si conquista e non si acquista, è innata. L’unica scelta possibile è accipere o remittere, l’Aut-Aut amletico: «To be or not to be, si è o non si è». E se si è – si deve essere: una traduzione assidua, anche quando libera o sbagliata, si deve giurare amore e fedeltà alla parola che ci incarna e ci rappresenta, di maschera in maschera per la varietà ventriloqua che rende unica e nuda ogni manifestazione umana ed artistica.

Per questo sono allergica alla Livella dei mortinvita che ottimizzano ogni metro quadro come un’opera di Romero, per questo non sopporto il continuo gloglottare la stessa identica banale motivazione: «scrivo perché ho qualcosa da dire». Sì, anch’io: ma vaiaffarinculo te, il tuo ho qualcosa da dire, il tuo definirti artigiano e non artista perché artigiano suona equochic, la tua modestia simulata quando ripeti che devono dirtelo gli altri se tu sia bravo o meno, il tuo scrivere poesie per esprimere un’emozione, il tuo straminchia di pistillo malconcio che ti ha illuminato sulla via del Basko facendoti scoprire Bashō per assonanza mistica preconizzata nel consesso del brodo primordiale da un pantheon iperuranico sconosciuto ai più, …

Scrivo perché questo è il mio ruolo, come lo è stato Nina a Teatro o il growl intestino spolmonato di palco in palco. Scrivo perché recito, recito quando non scrivo, canto quando rugghio un diverso attributo per lo spettacolo che sono e che ho scelto: non aggirare l’ostacolo, ma esserlo!

Tre, due, uno: mi accendo una sigaretta e aspetto il rimprovero tritato con spolverata di prezzemolo… Mi offra un Cuba Libre [chiaro e pestato] chi ha capito! E non osate bicellarmi sul musoil detto latino NOMEN OMEN ché Chiara non è mai chiara proprio per onomastica del tria nomina: Chiara è praenomen e nomen è Daino, omen di Dama.

Non è una risposta da poeta, mio Geniale Lettore, ma prego portare pazienza: il mago che svela i suoi trucchi non ama la magia.

[Tra parentesi: da anni, ormai, si incontrano di nascosto, a las cinco de la mañana, contrappunto orario per  tributare Garcìa Lorca, in qualche Bar di Caracas o nelle fosse di Moers, ma non sarò certo io a privare gli esegeti del loro mestiere!]

Sempre restando sulla riscrittura e sul gioco delle fonti, tu hai avuto l’”ardire” di riscrivere Dante, il totem della nostra letteratura, con un testo che si chiama Metalli Commedia. L’esperimento è tanto più scandaloso, se si pensa al palese intento ironico e all’adattamento dello spirito dantesco a quello del metal. Hai inventato/ripreso un ipotetico italiano trecentesco, infarcendolo di riferimenti al mondo della musica metal e al tuo personale. Si tratta semplicemente di una provocazione, di un’operazione che intende “promuovere”, come dici tu, la valenza culturale e poetica del metal o è piuttosto una necessità di confrontarsi ancora con la lingua, al punto di scomodare Dante?

«Si è obbligati allo scandalo, quasi fosse la “prima comunione” con l’indifferente prossimo tuo»: e come Carmelo mi è Stella di Betlemme, così cavalco una cometa in puro stile Manowar. E mettiamo i puntini sulla o di Motörhead – affinché l’umlaut sia impronta definita e definitiva: Metalli Commedia NON è una parodia! Coraggio, Geniale Lettore, ripetilo a voce alta per 4755 volte: «Metalli Commedia NON è una parodia!». Pur essendo entrambi di Genova, «Nel mezzo di casin di nostra vita» [Mondadori, 2011] di Maurizio Lastrico è opera/operazione COMPLETAMENTE DIVERSA da «Metalli Commedia» [Thauma, 2010 – e Case Editrici e  anni di pubblicazione sono volutamente indicati].

Metalli Commedia, come Luigi Metropoli [santo subito!] sottolinea, è una riscrittura. E NON è una riscrittura parodica, nel caso qualcun altro [sì, ho le membrane timpaniche rotte e le retine lese per tante assurdità ascoltate e lette] si sentisse obbligato a confinarmi in un genere che non mi appartiene. Ho amato l’Inferno di Topolino come i Promessi Topi e i Promessi Paperi – ma parodia e riscrittura restino distinte!

Confrontarsi e recuperare la lingua dantesca, le terzine incatenate di endecasillabi, la struttura poematica della Comedìa – amalgamando Cultura e tradizione Metal, feroce critica artistica e sociale, richiami al mondo del Teatro della Pittura e della Poesia, citazioni e tributi, mistilinguismo e generi letterari, traduzioni e prosodia, storia e Stratocaster: è stato davvero un viaggio all’Inferno e dall’Inferno, attraverso i mondi. Highway to Hell che, Blake docet [e Virgin Steele ben lo sanno], sposa Stairway to Heaven.

Nei tuoi scritti c’è sempre un io ipertrofico, sia nella poesia che nella prosa. Non di rado c’è un lato biografico dominante, con riferimenti nemmeno tanto traslati. È più la tua vita ad entrare nella scrittura o è la scrittura ad aver colonizzato la tua vita?

Partiamo dal lato biografico: non bisogna confondere la biografia con la «frittura diaria». La biografia di ogni autore [e di ogni artista] è imprescindibile, così come la sua fisiologia, la sua storia clinica, il tessuto sociale, il contesto famigliare e geografico, et cetera… L’ossessione biografica mi aiutò anche all’esame di maturità quando il commissario esterno mi chiese la differenza fondamentale tra Schopenhauer e Kierkegaard, forse convinto di una risposta basata sulle Opere a confronto. Giacché l’Italiano non è un opinione e «la verità riposa sul testo», scandii sicura: «la coerenza». Iniziai a discettare di Søren e del suo rapporto con Regina, delle accuse d’ipocrisia che rivolse ad Arthur, dell’identità Vita-Opera. Esposizione fieramente verbosa che terrorizzò i miei compagni maturandi giacché il nostro docente di filosofia, per tutto il lustro di Tartaro Classico, ci fece sbarrare il paragrafo biografico poiché trascurabile…

Aneddotica per precisare la differenza tra biografia e diaristica adolescenziale. E non solo: detesto anche il riproporsi dello sciatto interrogarmi «di CHE COSA parla il tuo ultimo libro?» – trattandosi di quesito mal posto. «Di CHI parla il mio ultimo libro» è l’interrogativo pertinente, discettando di UMANE LETTERE e l’Umanità è una cascata di collisioni biografiche.

Ficcando le granfie nello specifico della mia scrittura: mai avuto la vocazione da eremita [forse da trappista, ma non da eremita] e troverei ipocrita strutturare una rima di frattura senza che il mio scheletro ne avesse memoria. Rem tene, verba sequentur, giusto? Devo possedere l’argomento prima di metterlo a segno parola e attraverso quale processo? Non era forse l’umbilicus ad incollare i fogli di papiro? Ho macinato più chilometri intorno al mio ombelico di quanti ne assommano insieme Marco Polo, James Cook e Naomi Campbell. Pure: pubblicai solo DOPO essermi confrontata con ombelichi estranei…

Un critico [che poi è Jacopo Riccardi, l’esegeta mio unico] mi riassunse come «pontefice in senso etimologico»: e come potrei vivere da ponte, come potrei scrivere da ponte – senza scortecciarmi la carne? Non ho paura delle ferite perché ho troppa fame e m’attuffo decisa, identità multipla, cosciente di quanta Bellezza e quanto Orrore regalino i traffici sociali. Mai erigerei alibi per non tendere l’arco: βίος e Bias. Di conferma e di verifica per il mio investimento umano.

Controcanto e contrappasso: la scrittura colonizza e condiziona ogni mio respiro e, recentemente, anche ogni mio rapporto, reso un rapporto anaforico grazie al reiterarsi di una monotona convenzione linguistica

– E tu cosa fai nella vita?

– Non faccio un beneamato. Sono

– E cosa sei?

– Non una cosa

– Cazzo se sei acida

– E fastidiosa, me ne rendo conto…

– E chi sei?

– Sono uno scrittore

– Sei un maschio?

– No, un uomo di genere femminile, ma ti risparmio il casino creato dal protofrancese e le ripercussioni storiche date dall’eguaglianza HOMO = VIR

– Però, parli davvero difficile. E cosa scrivi?

– Libri?

– Intendevo, libri di cosa? Di cosa parlano?

– Non di cose, ma di chi e di come

– Cheppalle! Non capisco quando parli, ma di lavoro cosa fai?

– Questo

– Dico sul serio…

– Anch’io

–  Non sei famosa come Faletti o Saviano, Camilleri o Carofiglio, come ti mantieni?

–  Come tutti. Sopporto, combatto, resisto. E Mangio poco

– Ma da quel che vedo bevi tanto e fumi troppo. Cos’è? Mancanza di autostima? Autodistruttiva da manuale o ti piace fare la figa incompresa? Vuoi farti la reputazione di artista maledetta?

–  No, Benedetta. Mi nutro di Carmelo

– Cioè? Questa non l’ho capita

– Sopravviverò anche a questo dolore

– Sai che anche io scrivo?

– Mi sarei stupita del contrario…

– Ti trovo in rete? Magari ti mando qualcosa di mio…

– Fammi indovinare: poesie, racconti brevi e un abbozzo di romanzo che da anni non riesci a concludere…

– Come lo sai?

– Ti ho mentito. Sono una strega

[…]
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ESEGESI AUDACE: JACOPO RICCARDI PER LA PIETRA CHIARA

INTRUSIONI SPARSE ED INSOLUTE

di JACOPO RICCARDI 

Περί “[ARCHI DI] PIETRA” di Chiara Daino

(rectius, Περί Chiara Daino, [ARCHI DI] PIETRA, 2009[1])

INTITOLAZIONE: Archi di Pietra = Petrarca = Archa, lt. (dove anche l’hache muet corrobora + Petra [2] = L’Arca di Pietra (radice funerea ed ossequiosa) in cui è sepolto il Poeta ad Arquà, mentre Arquà ≠ Arca (paronomasia ma non paretimologia) – Parentesi quadre anche a disegnare archi petrosi (e sovvertiti)

Genere: Centone trionfale

Sottogenere: Trionfo prevalentemente d’Amore, nonostante tutto (scatola cinese) [Amore pur sempre fonte zampillante]

*** METALLI ***

… A paro a paro coi nobili … stil bruto… (I strofa) : principio di non contraddizione

“…stil bruto” + (≠) stil nuovo = “bruto nuovo” (Lorenzaccio, omaggio a Carmelo Bene)

stil bruto…” (I) = “ostile – e sempre un stil…” (ib.) = steel (dove

steel: iron = acciaio : ferro[3]

e “un” è unus (cfr. VII) (“stil… raro” in I ≡ “dir strano e singolare” in IX)

*** FIERA ***

“Una giovene fiera…” (I) + “…leggiadra fera….” (III) + “Donna, fiera…” : in una, tre fiere dantesche (“leggiadra” allude a “lonza leggera” di If. 1,33) (con la consonanza di ferro di cui sopra) (e, baroccheggiando, la “fera dispietata” è di G.B. Marino, Rime) (anche in XI).

*** SINOSSI ***

Richiami (anche benianamente introdotti) del Triumphus Cupidinis (dove il segno ≠ indica il dispetrarchismo HM della Dama):

–          “Una giovene fiera a paro a paro coi nobili poeti va cantando” (I) ≈  “Una giovene greca a paro a paro / coi nobili poeti iva cantando” (4,25-26) (ma con nostalgia dell’ellenicità)

–          “et ha un suo stil bruto e raro” (I) ≠ “et avea un suo stil soave e raro” (4,27)

–          “nudrita di penser non dolce” (I) ≠ “nudrito di penser dolci soavi” (1,83)

–          “Ven colei ch’ ha ‘l titol d’esser” (I) (in anafora e quasi perfetta concinnitas – seguono “belva” e “folle”, sinonimi dionisiaci nietzschiani) = 1,135 (ma seguiva “bella” – terzo sinonimo secondo la Dama; inoltre “belva” e “bella” sono consonanti)

–          “tal che nessun sapea ‘n qual mondo fosse” (I) = 4,99

–          “colei che ‘l mondo chiama ostile” (I) ≠ “colui che ‘l mondo chiama Amore” (1,76)

–          “amante terribile e maligna” (II) = 1,114 (con sovrapposizione con Fedra[4])

–          “disdegnosa e dolente si richiama” (II) = 3,48

–          “et anco è di malor: sì nuda e magra” (II) ≠ 4,109 con “valor” sostituito da “malor” (pubblicità occulta alle birre Malheur, come evidenzia poi in III “alta colonna di malor” che è un boccale da litro, pur con ripresa di una pericope del Canzoniere)

–          “tanto ritien del suo esser BILE” (II) (maiuscolo da blogger) ≠”tanto ritien del suo esser vile” (4,110) (Ippocrate e la teoria umorale – natura coleretica – Dama biliosa, melancholica, saturnina)

–          “che par dolce ma punge agra” (II) ≈ “che par dolce a’ cattivi et a’ buoni agra” (4,111) (con de-moralizzazione)

–          “Com’arde in prima, e poi si rode, d’amor, di gelosia, d’invidia ardendo” (II) = 3,70 + 3,105 (in paronomasia con “ardir” e col sottinteso “arsura” come sete-da-birra)

–          “in grembo a la nemica il capo pone” (II) = 3,51

–          “Stanco già di mirar, non sazio ancora” (III) = 2,1

–          “Gli occhi dal suo bel viso non torcea” (III) = 3,106

–          “gli occhi, già accesi d’un celeste lume” (III) ≈ “gli occhi, ch’accesi d’un celeste lume” (3,137) (la Dama iam è glaucopide)

–          “Femina vinse chi pareami tanto robusto” (III) ≈ “Femina ‘l vinse, e par tanto robusto”  (1,99)

–          “Del qual più d’altro mai l’alma […] ebbe piena” (III) = 2,36

–          “fu principio a sì lunghi martìri” (IV) = 1,3 dove però il SÌ è forsitan orgasmico (cfr. infra)

–          “non curando speme né pene” (IV) ≈ “non curando di me né di mie pene” (3,122) (nessuna ansia di scopare)

–          “costei non è chi tanto o quanto stringa” (IV) = 3,130

–          “crudelmente scorza e rebellante suole da le ‘nsegne d’Amore andar solinga” (IV) ≈ “così selvaggia e rebellante suole etc.” (3,131-132) dove “scorza” è linguaggio metallico

–          “Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia, Strongoli o Mongibello in tanta rabbia” (IV) = 4,154-155

–          “ragion contra lei non ha loco” (IV) ≈ “ragion contra forza non ha loco” (2,111) (lei/vis)

–          “poco ama sé chi ‘n tal gioco s’arrischia” (IV) = 4,156

–          “so com’ode saetta e come vola” (V) ≠ “so com’Amor saetta e come vola” (3,177)

–          “com’or rubea per forza e come invola” (V) ≠ “come ruba per forza e come invola” (3,179) (con allusione ai Rosa Rubea)

–          “come nell’ossa il suo fuoco di pesce” (VI) ≠ derivato da “si pasce” (3,181) con riferimento zodiacale (ambo, ambliopia, ambivalenza, ambiguità, amfesibena)

–          “e ne le vene vive occulta piega, onde morte e palese incendio nasce” (VI) ≠ 3,182-3 dove “piaga” diventa “piega” (alcoolica; ma anche plica, ci si piega e ci spiega e ci si ripiega)

–          “e so come in un punto si dilegua” (VII) = 3,154

–          “fra lunghi sospiri e brevi risa” (VII) = 3,163

–          “voglia color cangiare spesso” (VII) ≠ 3,164 con interpunzione differente, dove “voglia” di Petrarca è sostantivo mentre qui è verbo (tinta dei capelli)

–          “stando dal cor l’alma divisa” (VII) = 3,165 (con ripresa in IX)

–          “seguendo il […] foco ovunque fugge” (VII) = 3,167

–          “arder da lunge e agghiacciar da presso” (VII) = 3,168

–          “So come ogni ragione d’Amor discaccia e so in quante maniere il cor distrugge” (VII) ≠ “So come ogni ragione indi discaccia e so in quante maniere il cor si strugge” (3,170-171): la Dama cuce un Trionfo d’Amore per debellarlo (“alma ondivaga” in VII, schizofrenia)

–          “rotto parlar con subito silenzio” (VII) = 3,185

–          “poco dolce molto amaro appaga, mal temprata con l’assenzio” (VII) = 3,186 + 3,187 (pare metafora del caffè corretto)

–          “sangue meschio” (VII) = 3,58

–          “Un singular suo proprio portamento, suo riso, suoi disdegni e sue parole” (VIII) = 3,134-135

–          “E poi un drappello di portamenti e di volgari strani” (VIII) = 4,38-39

–          “Ch’ogni maschio pensier de l’alma tolle” (VIII) = 4,105

–          “che di non esser prima par ch’ira aggia” (IX) ≈ 4,33

–          “poco era fuor de la comune strada” (IX) = 4,67

–          “se, come dee, virtù nuda si stima” (IX) = 4,72 (nudezza, rivelazione, apocalissi)

–          “ch’Algòs sì leve afferra” (IX) ≠ “ch’Amor sì leve afferra” (algoV, algos del nostos) (“et a Genova tolta”, complimento di derivazione e separazione)

–          “et a Genova tolta, et a l’estremo cangiò per miglior patria, abito e stato” (IX) = 4,50-51

–          “Ma pur di lei, che ‘l cor di penser m’empie, non potei coglier coglier mai ramo né foglia, sì fur le sue radici audaci e purpuree le penne” (X) ≠ 4,82-84 dove “audaci e purpuree le penne” (da 4,94) sostituisce l’originale “acerbe ed empie”;

–          “benché talor doler mi soglia [com’uom ch’è offeso] ecco quel che con questi occhi vidi” (X) ≈ 4,85-87

–          “penitenza e dolor dopo la pelle” (X) ≠ “penitenza e dolor dopo le spalle” (4,119)

–          “Tardi ingegni rintuzzati e sciocchi” (XI) = 4,90

–          “greggia eran condutti” (XI) = 4,9

–          “pien d’ira e di disdegno” (XII) = 1,98

–          “che ‘l ferro e ‘l foco affina” (XVIII) = 3,31 (ferro, fuoco, forgia, fornace, fucina…)

–          “la penna da man destra e’l ferro ignudo ten dalla sinestra” (XVIII) = 2,181 + 183

–          “Invece d’osse la vidi indurarse in petra aspra, che del mar infamia fosse” (XVIII) rielabora 2,178-180 (infamia è greco-sicano)

Dal Triumphus Mortis, invece:

–          “e sempre un stil, ovunque fusse tenne” (I) = 2,59

–          “ignudo spirto” (III) = 1,2 (dove la nudità dello spirito è rivelata dalla nudezza del corpo della strofa II, che la anticipa e la compie)

–          – “Colei che con sua tela tutto il mondo atterra, tornava con onor da la sua guerra, allegra avendo vinto il gran nemico” (III) è lo scrambling della seconda terzina. Dove tela è latino, e sono al tempo stesso le frecce di Apollo poeta, oblique e pericolose (Giorgio Colli feat.[5], cfr. V: “Ma benché obliqua”) e le armi di Diana / Daina  (in anagramma)

–          “come Fortuna va cangiando stile” (V) = 1,135 (fortuna/fortunale)

–          “Donna involta in veste magra, con un furor qual io non so se mai” (VII) ≈ 1,31-32 (sostituisce “negra” con “magra”) (“lingua magra” de «La merca»)

–          “Pallida no, ma più che neve bianca che senza vento in un bel colle fiocchi, parea posar come persona stanca. Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi, sendo lo corpo già da lei diviso, era quel che consumar chiaman gli sciocchi” (IX) ≈ 1,166-171 con “consumar” che sostituisce “morir” (più spleen, più erotico, più etico √ tisi)

–          “a guisa d’un soave e chiaro lume cui nutrimento a poco a poco manca, tenendo al fine il suo caro costume” (IX) = 1,163-165

–          “io sono colei che SI’ importuna, fera chiamata son da voi, sorda e cieca gente a cui si fa notte innanzi sera” (XI) ≠ 1,37-39 con interpunzione che traduce “fera” da attributo ad appellativo

–          “Di gioventute e di bellezza altera” (XI ) = 1,35

–          “con la mia spada la qual punge e seca” (XI) = 1,42 (stile, stilo, stiletto)

–          “ giugnendo quand’altri non m’aspetta, ho interrotti mille penser vani” (XI) = 1,44-45

–          “Or a voi, quando il viver più diletta, drizzo il mio corso inanzi che Fortuna nel vostro amaro qualche dolce metta (XI) ≠ 1,46-48 con inversione di dolce/amaro (Saffo)

–          “Ben vi riconosco: so quando il mio dente vi morse” (XI) = 1,59-60

–          “Qui conven più duro morso” (XI) = 2,117 (con double sense)

–          “arco e saette” (XIII) = 1,11

–          “tal morti da lei, tal presi e vivi” (XIII) = 1,12

–          “per fictïon il ver non cresce, né scema” (XIII) ≈ 2,147 (dove “fizion” va, nella forma latinistica, a coincidere con l’arte teatrale)

–          “Poi, col ciglio più torbido e più fosco” (XIII) capovolge 1,61

–          “’L tempo è breve, vostra voglia è lunga” (XIII) = 2,25 (porno)

–          “Ond’io fora più chiara e di più grido” (XIII) ≠ “Ond’io fora men chiara e di men grido” (2,171)

–          “Così parlava, e gli occhi avea al ciel fissi devotamente; poi mosse in silenzio quelle labbra ch’io vidi rosse lampeggiar (XIV)” ≠ 2,40-42 (“rosate” del Petrarca è troppo tenue per un rossetto della Dama)

–          “Dolci sdegni e dolci ire, le dolci paci ne’ belli occhi” (XIV) = 2,82-83

Dal Triumphus Aeternitatis:

–          “Felice sasso che ‘l bel viso serra” (III) = v. 142 (viso d’effigie sepolcrale)

–          “a disfar tutto così presto” (IV) = v. 125

–          “co la mia lingua e co la forte penna” (VII) ≠ “co la mia lingua e co la stanca penna” (v. 137)
”Dinanzi a tutto ‘l mondo aperta e nuda” (XIV) = v. 111

–          “Mente vaga, al fin sempre digiuna” (XIV) = v. 61

Dal Triumphus Pudicitiae:

–          “Non fan sì grande e sì terribil sono Etna qualora da Encelado è più scossa” (IV) = vv. 25-26

–          “Non freme così ‘l mare quando s’adira” (IV) = v. 112

–          “Schiera che del suo nome empie ogni libro” (V) = v. 153

–          “la mia nemica Amor non strinse” (XV) = v. 15

–          “i cori e gli occhi fatti di smalto” (XI) = v. 33

–          “la bella vincitrice” (XI) = v. 185

–          “legarli vidi, e farne quello strazio che bastò ben a mille altre vendette” (XI) = vv. 124-125

–          “che già mai schermidor non fu sì accorto a schifar colpo, né nocchier sì presto a volger nave dagli scogli in porto, come uno schermo intrepido et onesto subito riconverte quel bel viso” (XII) = vv. 49-53

–          “E ‘n un momento – ammorba” (XII) = v. 106

–          “scudo in man” (XIII) = v. 119

Dal Triumphus Temporis:

–          “chiamasi Fame – et è morir secondo” (IV) = “chiamasi Fama et è morir secondo” = v. 143

–          “Piaga antiveduta assai men dole. Forse che ‘ndarno mie parole spargo” (XIII) = vv. 72-73

–          “Non fate contra ‘l vero al core un callo, come sete usi! Anzi volgete gli occhi, mentre il vostro fallo” (XIII) ≈ vv. 79-81 + “che sempre al vento si trastulla e di false opinïon si pasce” (vv. 133-134): la clausola “tremando scote” trasforma l’immagine in un quadro onanistico.

–          “Io v’annunzio che voi siete offesi da un grave e mortifero letargo, ché volan l’ore, e’ giorni, e gli anni, e’ mesi; insieme, con brevissimo intervallo, tutti avemo a cercar altri paesi” (XIII) = vv. 74-77

–          “I’ vidi il ghiaccio, e lì stesso la rosa, quasi in un punto il gran freddo e ‘l gran caldo”(XIV) = vv. 49-50

–          “dinanzi agli occhi un chiaro specchio” (XIV) = v. 55

–          “Falcon d’alto a sua preda volando” (XVI) = v. 33

–          “più dico [non difalca] pensier poria già mai seguir suo volo, non lingua o stile, tal che con gran paura la mirai (XVI) = vv. 34-36 con calembour

–          “s’abbia che per se stessi son levati a volo, uscendo for della comune gabbia” (XVI) rielabora vv. 91-92

–          “e riprende un più spedito volo” (XVI) = v. 96

–          “la reina di ch’io sopra dissi” (XVI) = v. 98

–          “Passan nostre grandezze e nostre pompe, passan le signorie, passano i regni” (XVII) = vv. 112-113

–          “né MAI si sposa” (XVII) ≠ “né mai si posa” (v. 119)

–          “né s’arresta o torna, finchè v’ha ricondotti in poca polve [perché umana gloria ha tante corna]” (XVII) = vv. 119-121 (la controGenesi per la neoGenesi)

Dal Triumphus Famae:

–          “Poi fiammeggiava a guisa d’un piropo” (XII) = 1,43 (perché nell’occhio cilestro riluce l’aspetto di fuoco del granato)

–          “Bella era, e nell’età fiorita e fresca; quanto più in gioventute e ‘n più bellezza, tanto par che sua forza accresca; nel cor femmineo fu sì gran fermezza, che col bel viso e co l’armata coma fece temer chi per natura sprezza” (XII) = 2,109-114

–          “Pallida in vista, orribile e superba, che ‘l lume di beltà vermiglio avea” (XIV) ≠ “spento avea” di v. 5 (occhio rosso / rossetto / lente a contatto?)

–          “e NON chiaro si vede ch’è chiuso cor profondo in suo secreto” (XIV) = 1,117 con maiuscolazione della negazione della claritas nell’ottusità cordiale (con allitterazione) (e omaggio tautogrammatico al Secretum?)

–          “un duro prandio, una terribil cena” (XIV) = 2,23

–          “come fu suo piacer, volse e rivolse” (XIV) = 2,26

–          “Con dolce lingua, con fronte serena” (XV) = 2,27

–          “Uscì del foco” (XV) = 2,46

–          “E quel che, come un animal s’allaccia, co la lingua possente legò ‘l sole” (XV) = 2,64-65 (nemmeno Giosué potrebbe nulla contro la Dama)

–          “Un gran folgor parea tutto di foco” (XV) = 3,25

–          “che quando il miri più tanto più luce” (XV) = 3,39

–          “e chi che sangue qual campo s’impingue” (XV) = 3,57

–          “empié la dïalettica faretra” (XV) = 3,63

–          “ma breve e ‘scura; e’ la dichiara e stende” (XV) = 3,72 dove l’oscurità eraclitea è strumento della spiegazione di-Chiara (elitaria)

–          “E alzò ponendo l’anima immortale” (XV) = 3,107

–          “mostra la palma aperta e ‘l pugno chiuso, e per fermar sua bella intenzïone” (XV) = 3,117-118 (e saluto anarcoide)

–          “nulla forza volse ad atto vile” (XV) = 3,75 (pacifismo e congenita intentio)

–          “la lunga vita e la sua larga vena pone in accordar le parti [che ‘l furor litterato a guerra mena] (XV) = 3,100-102

 

 

*** VARIAE (da Cassiodoro) ***

“Sciolta favella” (I) conclude il trio delle corone fiorentine = Boccaccio, La Fiammetta, lib. VI

Tra II e III poliptoto di “veggio” e “vidi” (verbo della conoscenza e della storia) (e caro a chi ne ha un difetto che si trasforma in carisma)

IV: “Sia ‘l nome” è genetico e creaturale, e precede “Chiara” e la denominazione di stampo Scolastico “e chiamasi Fame” (genitivo: famae, con monottongazione della desinenza come nel titolo del Trionfo: di chiara fama) (cfr. infra) e con questo coincidenza con il testo del Triumphus Temporis, consentendo però l’inserimento di un cammeo d’omaggio all’album d’esordio di Lady Gaga (2008). Il nome anche in V “…eran chiare mosse…” (con consonanze reciproche con “la chiosa glossa”, ed invero glossa di “birre spumeggianti”) ed incipitaria in VIII (“Chiara virtute accesa, ablativo assolutom ed infatti “quasi uno scoglio”). In XIII “Ond’io fora più chiara” (con procedimento, collaudato poche linee avanti, di inversione algebrica) letterarizza l’elevazione alla potenza

“Del più dotto(r) figlia è chiara la crudel fama” (II) inserta l’omaggio alla paternità culturale di Carmelo Bene, il ludus sul proprio nomen ed un’allusione (inconscia) a Boccaccio, De claris mul. c. 49: “…aggiunse non meno di chiarezza al suo nome di crudel fama” (nel volgarizzamento  di don Tosti, Milano 1841, p. 226) (ed in “fama” sta la sostituzione elegiaca della lettera incipitaria, valendo anche “dama”) (n.b. ella “si richiama” in I : ella si ri-nomina, si ribattezza, si duplica e moltiplica nell’unicità).

In XVI rima interna rabbia / s’abbia = sabbia “che per sé stessa è levata a volo”

*** ITER ***

 

La strofa I è introduttivo-descrittiva di un cosmo anomalo (autografia). La Dama non si nasconde sotto il velame di Petrarca, Petrarca anzi svela la Dama.

Sezione drammatica, II-IV. La strofa II rappresenta l’ingresso della Donna in un bar-pub, al termine della giornata. E’ il momento della soddisfazione. Lì ritrova un “ex” (termine triviale che tuttavia conserva la dignità della sua latinità e della valenza cronotattica) che sta con la nuova amica, ma egli è già sconfitto nell’atto compiuto. La strofe III schiude la seduzione ed il porno: il maschio (“gran nemico” comparso a strofa II, √ If. 6,115 e così detto per sana e motivata misandria) non si accontenta più di mirare, deve saziarsi, ma sarà la Dama a vendicarsi, mentre quegli continua a fissare gli occhi celesti di lei. La quale attribuisce invece la palma dell’implicito torneo (“vinse”) a colui che le sembra più robusto (cazzo eretto) e che le riempirà anima e non solo (fellatio, coito). La strofa IV si presta all’ambivalente lettura: A) sessuale: “Dogliosa” rammemora il verso sforzato e quasi ululato della partoriente, ma in endiadi a “secca” (corsivo) si disegna una vagina poco lubrificata all’inizio dell’amplesso, selvaggio (“più salvatica”), ambiente in cui “SI lunghi” (orgasmo vocalizzato) sono “martiri” (vox media: sdrucciola, indica che i gemiti sono testimoni del godimento, in questa lettura); B) elegiaca: triste ma decisa, “secca”, ella troncò la relazione con il “gran nemico” affrontando il lutto (sì lunghi martìri, in questa accezione parola piana, e rimante con sospiri), rendendosi scontrosa (“più salvatica dei cervi” : cervi / daino / “cervo a primavera”) e tuttavia poi superiore “non curando speme né pene” salvo colpire (come Diana cacciatrice e suo fratello Febo) con durezza mitologica.

La strofa V è intrisa di solipsismo (triplicatio di “so”: ma secondo una numerologia apocalittica il 3 si fa 4 unitamente al “so” in VI): è l’insonnia (“Duro letto, dama sente”, ottonario con cesura al mezzo), la musica metallica di accompagnamento, il growl (“rugge”), il disfacimento “drogato” (cfr. VI, “e ne le vene vive occulta piega”) ed affiora un languore di non-solitudine (corredato da ira montante) (fame e sete / oltre che “sete” plurale di un tessuto cilestro oculare). La Dama racchiude emblematicamente eros e thanatos. L’esperienza vitale opprime e scandaglia valvole di sfogo, prima la via della Scrittura. La strofa è cerniera al lungo cuore autografico del Testo (strofe VIII-XIII) nel quale le pericopi pertrarchesche concedono maggiore spazio alla scrittura propria, stilizzata. E qui trovano alloggiamento il conflitto con la cupidine, la pubblicazione autorale (“e la boriosa impressa avea”, VIII), il ritratto fisico (in corpo d’opera, secondo il modello della Vita cesariana), la inattingibilità (e la non conformazione: “né volle catene”, ma borchie e lucchetti), la sessualità[6], la consapevolezza della dimensione autorale (“Diva son io” – ma in calembour con reci-diva, XIII; l’allusione è alla «Dafne» del Rinuccini).

La strofa XIV interrompe la sezione centrale, che assume retrospettivamente una connotazione oracolare (“Così parlava” di tradizione biblica o delfica), ed aggancia un portrait. Sono rappresentati l’evento dell’incontro con la Dama e la noce “poetica” (poiein).

*** CLAUSOLA ***

La clausola, incentrata sul
concetto beniano di “destino” , si avvolge di retorica (“scriva” rimante con “viva”, perché vivere è scrivere e viceversa; così si abbinano anche “disperata” e “donna” (le pluralità di delta) “e chiara” (dove et latino) una volta (favolistico, ma anche con rinnovazione dell’unitarietà nell’unicità). “[in eterna brama]” miscela la Regina Grimilde (dark lady), la sessualità, la sjragiV (brama = bramire = daina = daino = dama).

 Jacopo Riccardi
[che Dama ringrazia e s’inchina]


[1] Semplice ma infida, la preposizione“di” rischia di apparire genitivo possessivo

[2] Cfr. G. ROSSETTI, Il mistero dell’amor platonico del Medio Evo derivato da’ Misteri Antichi, Londra 1840, vol. III, pp. 933-934.

[3] Cfr. strofa V.

[4] Cfr. Margherita RUBINO, Fedra. Per mano femminile, Genova 2008.

[5] Cfr. G. COLLI, La nascita della filosofia, Milano 1975.

[6] Cfr. in XV “Co la lingua a sua voglia lo vinse” dove la Parola scritta è epidermica e tattile e vincente come una lingua sul sesso eretto.