INCONTRI POETICI E NON SOLO by Assiri, Garbin e Barcellandi
Giovedì 4 febbaio saremo alla Trattoria N°1 in via Pellegrini 2, 37022 Fumane di Valpolicella (VR)
incontro organizzato da Alessandro Assiri
che a partire alle ore 20:00 conduce “Il gusto del parlare”
con Fabio Barcellandi, Eros Olivotto e Monica Ferretti
(sarà con noi Beppe Costa).
Venerdì 5 febbraio saremo allo Spazio Tadini
in via Jommelli 24, 20131 Milano
incontro organizzato da Fabio Barcellandi
a partire dalle ore 18:30
spettacolo di BEPPE COSTA
“Di me, di altri ancora” con Tamer Abdalla al pianoforte.
Sabato 6 febbraio saremo al Caffè Galeter in via Guerzoni 92h, 25018 Montichiari (BS)
incontro organizzato da Andrea Garbin
a partire dalle ore 21:00
spettacolo di BEPPE COSTA
“Anche ora che la luna” con Tamer Abdalla al pianoforte
musiche di Giovanni Renzo.
Domenica 7 febbraio saremo al Caffè Modì in via San Giorgio , 46100 Mantova
incontro organizzato da Andrea Garbin
a partire dalle ore 19:00
spettacolo di BEPPE COSTA
“Anche ora che la luna” con Tamer Abdalla al pianoforte
musiche di Giovanni Renzo.
Mercoledì 10 febbraio saremo al Caffè Letterario viale Antonio Fratti, 20, 43100 Parma
incontro a cura de “L’Arte Liberata”
a partire dalle ore 21:00
spettacolo di BEPPE COSTA
“Di me, di altri ancora” con Ilaria Cavalca al pianoforte.
E mi trovo – sempre – in situazioni del cazzo. E no! Non è un cazzo facile! Non capisco un cazzo. O: col cazzo che mi capiscono [fate come cazzo vi pare!]. A Monfalcone la preside mi conta i cazzi che dico [sì: ho sempre il cazzo in bocca! Problemi?]; a Vercelli, Luigi [che Lui giustezza dice] riassume: «la Daino parla: o di cazzo o di metal, o di cazzi di metallo». Ecchecazzo! Ci voleva tanto a capirlo?; a Bologna mi cagano il cazzo perché dico un tripartito cazzo-cazzo-cazzo – “nel mezzo del lumìn di nostri vati”; lo compagno filosofo, al Liceo, mi disse: «sei una donna con le palle! Che detto da un maschilista come me, è un gran cazzo di complimento!», questo perché mi presentai – sponte mea – per essere interrogata: macchecazzo!; anni dopo: l’ex attuale *intellettuale*, l’ex inattuale fidanzato, si lamentò: «ti manca il cazzo! Ti manca il cazzo per essere una vera donna. Vado a trans perché solo una donna col cazzo è una donna vera, è talmente donna che ha il cazzo. Jessica Rabbit è un transessuale, non lo sapevi? A te manca il cazzo per essere perfetta» – e sì che lo ritenni un ragionamento del cazzo. E allora? Vaffanculo e s’attaccasse al cazzo pure lui!
Esto cazzo! Sarete per il cazzo! Sarà a mezzo cazzo? Quale cazzo di persona coniuga il latino all’imperativo futuro? Son cazzi! E son cazzi amari i volatili per diabetici! E, parimenti, saranno stracazzi miei – quanto cazzo fumo? Non c’è un cazzo da fare! Mai nessuno che si faccia li cazzi propri [una frittatina di cazzi vostri, mai, neh?]! Che poi, cazzo vuoi da me? Non ti ho mai chiesto un cazzo! Non sai un cazzo della mia vita e non ho un cazzo da mangiare perché il mio lavoro è un lavoro del cazzo, che non paga un cazzo! Facile parlare quando si è un hobbysta del cazzo! Per tanto: le tue cazzo di paturnie puoi rigirartele nel tuo cazzo di culo! E togliti quelle cazzo di due dita dal culo: scrivi!, opera, cazzo! e, soprattutto, non rompermi il cazzo con le tue infinite cazzate! No!, non sei un uomo cazzuto, sei l’ennesimo cazzone: è diverso! E sai a me, quanto cazzo me ne frega? Ho lo scazzo in automatico. No!, non me ne può fottere un cazzo dei tuoi complessi! Siamo tutti dei complessati del cazzo, questo non ci autorizza a fracassare il cazzo del prossimo nostro! Viviamo tutti in uno Stato del cazzo, governati da teste di cazzo, in città del cazzo che non offrono un cazzo, con gente del cazzo – per cui: che cazzo ti lamenti? Agisci, reagisci e non mi frantumare il cazzo! Anch’io ho una non-famiglia del cazzo, – cazzo! –, anch’io mi faccio il mazzo per poi ricevere un cazzo in culo!, anch’io, come tutti, ho i miei cazzi – non per questo ti succhio il cazzo con i cazzi miei! Voglio solo bermi una cazzo di Beck’s in pace! Potresti smettere di rugarmi il cazzo per due minuti, due? Ho spalle larghe, ma spalle stanche. Sì!, te lo scrivo ‘sto cazzo di copione! Posso prima finire lo stratocazzo di lavoro che ho iniziato? Sai com’è, riscrivere quella cazzo di Commedia, concatenare in terzine rimate l’Heavy Metal – è un lavoro del cazzo! Io te lo dico, poi fanne l’uso che credi! In fondo, le mie parole, sono solo discorsi del cazzo! No? Mi avete davvero rotto tutti il cazzo – in coro! E non mi piace per un cazzo questo smorzacazzo di buonismo dilagante! Siete buonisti, non buoni – ecchecazzo! Siete salutisti, non sani – porcocazzo! Sono una cazzo di Metallara – ‘sti grandissimi cazzi d’acciaio! Se mi rompi il cazzo, col cazzo che ti porgo l’altra guancia! Sì!, ho sempre il cazzo girato – mi basta vedere ‘sto cazzo di mondo – per cui: evitate di dire che sono incazzata per motivi ormonali! Sono sempre: incazzata nera. Tutto lo strabenedettissimo cazzo di calendario! Anche quando svengo e, finalmente, dormo: dormo incazzata. E incubo. Quindi: non cagatemi il cazzo con la storia del ciclo, cazzoni avariati! Che tra voi, lo so, non c’entro un cazzo! Basta spingere, direte! Spingetevi li coltelli nella schiena a vicenda, ipocriti frantumacazzi! Inculatevi lontano da me, leccaculi! Voi, e le vostre “cerchie” del cazzo.
L’avete detto mai, in giro, che su quel vostro sito, pubblicate solo *quelle* che vi hanno preso il cazzo in gola? L’avete detto mai, che vi scambiate i numeri di *quelle* [le stesse!] che vi portate nello stesso albergo – e poi pubblicate, a turno, sempre – nel vostro sito? [un sito colto, serio, mica cazzi!]? Vi hanno detto mai, emeriti cazzoni, che ogni mondo è un mondo piccolo e tutti sanno i cazzi di tutti? O vi chiudete quella cazzo di fogna che chiamate bocca o abbiate le palle per dire come cazzo funziona in certi *seri* siti letterati, socialmente impegnati – in cazzi e mazzi …
Mi hanno fatto la solita proposta del cazzo. E, nota bene, di chi sia tu – me ne frega un beneamato cazzo! Vattene, ennesimo cagacazzo! Sì, cazzo!, ne è morta un’altra, ma a te: ne è mai fottuto qualcosa delle “anoressiche del cazzo”? Così ci hai chiamate, cazzone industriale! Perciò – che cazzo ti gridi? – dillo a quei ciucciacazzi dei tuoi amichetti! E grido quanto cazzo mi pare e vado dove mi tira il culo di andare e non chiamatemi poeta, cazzo! Ormai: poeta è un cazzo d’insulto! Poetessa, poi, equivale a: puttanella bucolica! È colpa vostra, cazzo!, se la poesia scatena l’orchite [sì! È colpa vostra cazzo! Ci assumeremo le nostre cazzo di colpe – quando e se – lascerete le vostre cazzo di poltrone! Prostatici del cazzo!]. Ché è sempre la stessa storia del cazzo: la minchia non vuole problemi! Potete smettere di cazziare tutti – solo perché siete dei cazzimolli? Come dice Donna Jonida: «piàntala di sentirti di – tre cazzi e mezzo – sopra di noi», che noi, noi!, cazzo di nuove leve del cazzo, abbiamo il cazzo inverso da quando siamo nati! E perché cazzo mi chiami alle quattro di mattino? Non ho diritto anch’io alle mie cazzo di paio d’ore di sonno? Sì, sono un’insonne del cazzo, ma questo non ti autorizza ad affettarmi il cazzo quando più ti gira il cazzo di farlo…
*Ti amo* un cazzo! Ti è mai fregato un cazzo di come cazzo sto? «Come stai?» – mi hai chiesto. «Dai, dimmi che cazzo vuoi?» – ti ho risposto. Che giàsso. E non ho un cazzo di tempo da perdere. Devo lavorare, cazzo! Avanguardista un par di cazzi! Sono solo: una dei tanti che sputa sangue per cambiare ‘sta cazzo di realtà! E sì!, di cazzo ne prendo – quando voglio, quanto ne voglio, e *se* ne voglio, per cui: voi, ’sta capa ‘e cazzo‘e Freud, vedete tutti – d’annarvene affanculo! Cazzari fancazzisti! Sì!, te lo faccio io, tanto – si sa – non ho un cazzo da fare! Come cazzo pretendi che lo faccia *per ieri*? Grazie al cazzo e prego alla minchia! Fatemi un cazzo di buscopan! Non dirmi un cazzo, sono sfinita. Dove cazzo è l’accendino? Piovono cazzi! No, non sono un’artista del cazzo, sono una cazzo d’artista! Che maniaco del cazzo! Come cazzo si chiama? Non mi ricordo un cazzo e: quando cazzo è che mi sono tatuata “kill’em all” sulla fronte? Una serata del cazzo! Quello sì che suona col cazzo duro! E col cazzo che a Genova trovi parcheggio! Cazzo sì!, che sono volgare! Quando cazzo la smetti tu – di dirmi come “cazzo mi devo comportare”? Cazzo mi rompi tu, che sei solo un viziato del cazzo? Quando cazzo la finisci di crederti stograncazzo? Muovi il culo, cazzo! Col cazzo che ti richiamo! Col cazzo che ti perdóno! Pèrdono tutti, perdiamo tutti, non lo sapevi? Non c’è un cazzo da ridere, te ne rendi conto? Ma chi cazzo me l’ha fatto fare di leggerti? Vuoi che sia così idiota da non rendermene conto? Sì!, è una tragedia immane, ma mi chiedo: perché cazzo tu – che non sai un cazzo di quella tragedia, che non la vivi, che non la sanguini – devi scriverne l’ennesimo pezzo del cazzo! Perché cazzo devi scrivere un articolo su drammi che non ti toccano in prima persona, e poi tuo nonno muore nell’appartamento a fianco perché tu – di tuo nonno – te ne sei sempre sbattuto il cazzo! E poi: godi a fare l’intellettuale del cazzo e l’impegnato della minchia! Risparmia le tue cazzo di scuse, le tue motivazioni del cazzo, le tue cazzo di strategie populiste!
Vi levate tutti dal cazzo, illustri cazzatari? Che due coglioni! Quante cazzo di volte ve lo devo ripetere? Un uomo finché ha lingua e dito non è mai finito! Poi, fotte ‘na sega: chi cazzo mi paga l’affitto? Cazzo duro contro il muro e tirare avanti! Questo credo. Cazzo mi chiedi: quanti cazzi ho avuto? Ma che cazzo c’entra? Ho cazzi più grossi per la testa! Sì!, mischio cazzi e carmina, ma la cosa – credi – non aiuta! Ho desemantizzato il cazzo, ma sono comunque grandissimi cazzi – per tutti – sappilo, sappiatelo! Che l’impotenza del cazzo non rende la vita facile, per un cazzo! Che ogni giorno mi sento un’impotente del cazzo – perché non cambia un cazzo! E quale cazzo di mentore? Quale mentore del cazzo? L’ultimo gran fico della letteratura scrive mail circolari per dirsi stocazzo di giovane che combatte il male [Daitarn ha mandato molti cervelli in pappa, I know] e poi, dopo cazzo di mail strappalacrime, chiede d’iscriversi al suo fan club perché ha solo 500 fan? Ma che cazzo ti sei fumato? Voglio dire: piccino, tanta solidarietà perché combatti i cattivi, ma che cazzo ti passa nel cervello – tra un cattivo e l’altro che tu solo tu [per sempre tu grande tu glorioso tu] denunci? Come cazzo ti passa per il cervello di: curarti del fan club? Del numero dei fan? Ma mi pigghi p’o culo? Mi lacrimi la tua tristissima vita al servizio dell’Italia [e tacciamo quelli che si dicono tuoi amiconi che mafia letteraria siano] – per chiedermi d’iscrivermi al tuo fan club? Ma lo sai che fan significa fanatico/a? Sei Alice Cooper? Bruce Dickinson? Carmelo Bene? David Bowie? Erich von Stroheim? Freddy Mercury? Gene Simmons? Homer Simpson? Ian Scott Anderson? James Alan Hetfield? Kurt Cobain? Lemmy Kilmister?,… No! No! No! No! No! No! No! No! No! No! No! No! 12 volte no, cazzo! E giusto perché non ho finito l’alfabeto, sono solo 12 i cazzo di No! L’essere fanatico implica *per definizione* l’essere ispirati, invasati – da una divinità. Secondo te – la qui scrivente ti crede una cazzo di divinità? Secondo te, tutti, ti credono Dio? Non essendo tu neanche Ronnie James, preferisco iscrivermi ai fan club di giovani pieni di talento che nessuno caga, se permetti! Eccheccazzo! O ai fan club dei miei cazzo di miti! Miti che non ha deciso la straminchiazza d’editoria italiana! Che poi, cazzo, manco t’ho cercato io! La tua agenzia contatti ha chiesto l’amicizia alla cazzo di Daino! Che alla cazzo di Daino dire: «sono amica di stocazzo», sai quanto cazzo le cale? [Sì, cazzo! Dovevo scriverlo! Non ne potevo più di tenermelo dentro!]. Ma fammi ridere il cazzo! Sai quanto cazzo mi curo di tenermi buone *certe* amicizie? Ma cagatevi su – un paio d’anfibi, venite a pogare nella merda vera, e poi ne riparliamo!
Chi non ha un cazzo, non ha un cazzo da perdere! Perciò:
quali illustri colleghi di quest’illustre cazzo? Quale gotha competente di questo cazzo ignorante? Quale capo libertario del cazzo schiavo? Un capo ti paga – cazzo! Almeno quello! L’altro mi disse: «hai succhiato i cazzi di metà mondo, ma non della metà che poteva farti fare carriera». Che non valga un cazzo, lui come tutti, è liberissimo di pensarlo – ma prima che la Daino sugghi mazze per far carriera, Dime Darrell deve resuscitare e darsi al pop! Sono stata abbastanza chiara, cazzo? Sono stanca, cazzo! Ho visto più cazzi che tramonti, ho sentito più cazzate che concerti! So bene che chi di pancia abbonda, di cazzo sfonda. Chi mangia tanto mangia bene – e si trastulla il pene! Chi non se lo può permettere? Chi non può e non vuole sciacquazzarsi le palle nel gin tonic, da mattina a sera – si fa il culo quadro davanti allo schermo per ore e ore e ore. E per questo: non vede più un cazzo!, ma sente, sente tutto! E dice, dice tutto! E scrive, belin se scrive!, scrive tutto! E no!, non si sente meno forte perché non ha un cazzo! E no!, non si sente meno donna perché dice “cazzo – non rompetemi il cazzo!”. Nessuno ti regala un cazzo. E non ho mai vinto un cazzo. Pure: col cazzo che mi tolgo dai [vostri] coglioni! Ogni cazzo di ora della mia vita del cazzo – vomiterò il mio cazzo di pensiero. Anche se: so benissimo – non servirà a un cazzo! Anche se: so benissimo che un cazzo non fa un uomo. Anche se: sai benissimo che ho fatto di tutti gli uomini un cazzo! Perché: sappiamo tutti bene, molto bene – chi ha ragione. Ha ragione John Giorno, quando scrisse
Il mare aveva preso un tono dal taglio fresco del FERRO, non soltanto colore, ma condizione formata in un atto, cambiamento, novità e paesaggio; e durezza, alla vista, pure pronta a trasformarsi [Raffaello Brignetti]
poesiatotale!
a cura di Nanni Balestrini, Sara Davidovics, Tommaso Ottonieri
ESC via dei Volsci 20 dicembre 2009
una produzione Critical Book & Wine ed ESCargot
Se l’impulso a uscire dai confini del proprio territorio è un carattere accertato delle varie arti, l’arte della parola ne rimane coinvolta a un livello più profondo e definitivo, in quanto tenta una metamorfosi così radicale, che è la natura stessa dell’immaginazione a esser messa in discussione. La nuova poesia prende l’avvio, nel suo processo di formazione, dai linguaggi tipici di altre arti, in particolare delle arti plastiche, per farsi “oggetto” che rifiuta la lettura: la lingua non è più infatti un codice per comunicare, ma una materia cui bisogna dar vita. Poesia totale, essa sembra offrire oggi al lettore non un prodotto definitivo, da accettare o subire nella sua chiusa perfezione, ma gli strumenti stessi della creazione poetica, nella loro strutturale rimaneggiabilità. Qualsiasi posizione assuma nei confronti dei propri strumenti espressivi, il poeta oggi parte dalla convinzione che le vecchie strutture sintattiche e grammaticali non sono più adeguate al pensiero e la comunicazione del nostro tempo. E questo atteggiamento è strettamente dipendente dall’interesse per il materiale fisico con il quale il testo viene costruito. Una letteratura visuale e pubblica non può che basarsi su un tipo di comunicazione globale e “aperta”.
Adriano Spatola, da Verso la poesia totale
Ore 18.00 Vincenzo Ostuni
Marilena Lenda
Ivan Schiavone
Gaja Gubbini
Letizia Leone
Bruno Galluccio
Cetta Petrollo
Marco Palladini
Veronica Raimo
Carlo Bordini
Lidia Riviello
Bianca Maria Frabotta
Ore 20.00
Gabriele Frasca
Gilda Policastro
Mario Lunetta
Nina Maroccolo
Michele Fianco
Laura Cingolani
Beppe Sebaste
Antonio Amendola
Maria Grazia Calandrone
Alexandra Petrova
Franco Buffoni
Antonella Anedda
Jolanda Insana
Ore 21.30
Canio Lo Guercio: Passione e altre canzoni sussurrate
Ore 22.00
Nanni Balestrini
Rosaria Lo Russo
Giorgio Falco
Silvio Talamo
Sara Ventroni
Sara Davidovics [con Emiliano Majorani]
Marco Simonelli
Luca Tedesco
Chiara Daino
Jonida Prifti [progetto Acchiappashpirt - suoni S.D.T.]
Tommaso Biga
Tommaso Ottonieri [con Andrea Noce e Manuel Cascone]
+ POETRY BOX
nella saletta in fondo all’Esc
con contributi gettonabili
I’m back on the streets again,
I’m back on my feet again,
I’m On Parole, On Parole
…
I’m raising my sights again,
I’m claiming my rights again,
I’m On Parole, On Parole
Ricevo da Luigi Metropoli e rimando, con preghiera di diffusione
MOLTINPOESIA a cura di Ennio Abate
Martedì 17 Novembre 2009
ore 18,00, Casa Della Poesia, Palazzina Liberty,
Largo Marinai D’Italia, 1. Ingresso libero
Buon compleanno, caro Ferlinghetti!
Da San Francisco – per l’inaugurazione della mostra di Ferlinghetti “Drawings from Life” – a Milano. La giovane studiosa Giada Diano parla del suo libro Io sono come Omero, svelandoci il passato, le scelte, i furori, l’ironia di Lawrence Ferlinghetti, una delle voci più significative di una generazione di poeti e scrittori che hanno tentato di cambiare il mondo. Il novantenne scrittore americano è l’ultimo testimone di quella Beat Generation che ha fatto dell’arte un più ampio gesto di libertà, collettivo e individuale.
Capita che le parole di uno scrittore […] ci suonino familiari come se uscissero direttamente dalla propria anima. Capita che la nostra vita cominci a cambiare da quel momento.»
G. Diano, Io sono come Omero, Feltrinelli.
Introduce Enzo Giarmoleo
Letture, mostra di disegni e poesie scritte a china dal poeta.
La forza del vampiro è che nessuno crede nella sua esistenza [ Bram Stoker]
Martedì 10 novembre (dalle 18.30 alle 20) Chiara Daino sarà presente al Blu di Ravecca, nell’omonima strada del Centro Storico che collega Piazza Sarzano a Porta Soprana, per una nuova rassegna di poesia e canzone d’autore: aperitivi poetici, appuntamenti con poeti, cantautori, scrittori e performer che a partire da ottobre animeranno il locale.
… lo avevo immaginato che avrebbero fatto di tutto per difenderti
… è QUESTO il tuo sbaglio più grande… Credi che da sola non sappia difendermi?
MONFALCONE. Spesso nei festival di poesia e di scrittura ci si dimentica di quella parte di pubblico che invece dovrebbe ricoprire più importanza perché rappresenta il futuro: gli studenti, cioè quella parte di società su cui ricadranno e stanno già ricadendo le scelte politiche e sociali di oggi. La direzione artistica di Aboslute (Young) poetry ha avuto il merito di ricordarselo, inserendo tra le iniziative anche l’ Abosolute (Young) sKoll formato da tre incontri in diversi istituti superiori, il primo dei quali ha avuto luogo al liceo scientifico e classico Michelangelo Buonarroti di Monfalcone.
Tema dell’incontro Poesia e musica Heavy metal in cui una magistrale Chiara Daino poetessa e attrice, si è confrontata con i ragazzi di alcune classi superiori sul ruolo della musica (in particolare l’heavy metal) nella traduzione e poi nella trasmissione del messaggio di quei poeti che a scuola vengono insegnati e affrontati in modo convenzionale, senza dare seguito a un “reale spazio di riflessione”. Percorrendo questa idea, la giovane scrittrice (ventotto anni) ha presentato una serie di video con oggetto alcune classiche lezioni universitarie su alcune poesie e canti famosi (dall’Inferno Dantesco, alle poesie di Baudlaire, da Tasso a Pessoa) per poi metterli a confronto, attraverso l’ascolto del riadattamento in musica della stessa poesia, con alcuni video di gruppi della scena musicale internazionale Heavy metal (Metallica, Sepoltura, Motorhead), dimostrando come la musica heavy metal riesca molto più della scuola a trasmettere la cultura e la grandezza dei poeti studiati.
Secondo la poetessa, infatti, arrivare oggi ai giovani è difficile: le cause vanno cercate nella presenza di una barriera enorme tra gli studenti e i professori e nello stesso modo di insegnare da parte dei docenti che, senza cadere in generalizzazioni, dimenticano spesso che oltre spiegare la classica interpretazione di una poesia, dovrebbero riportare anche il potenziale espressivo delle parole: il suono, le emozioni, i sentimenti, la rabbia e il contenuto politico. Secondo la Daino, infatti, oggi la maggior parte dei ragazzi sta perdendo di vista tutto questo, complici in questo mass media e istituzioni, per rincorrere sogni e interessi sterili come quello di fare la velina o il calciatore, accettando tutto ciò che viene proposto senza reagire. «Siete una generazione che ha avuto tutto il superfluo, ma non il necessario. Vi stanno lobotomizzando facendovi credere che c’è sempre un lieto fine, che la massima aspirazione letteraria è Moccia e la musica migliore è quella Gigi D’alessio, vi stanno facendo violenza, togliendo lo spazio per rielaborare e reagire», spiega la poetessa. «Invece, la poesia (da quella contenuta in un libro o a quella racchiusa dentro una canzone) è dare voce a un sentire forte, è comunicazione di una rabbia che deve arrivare soprattutto ai giovani, altrimenti perde di significato, perché la poesia è amore del donare, di arrivare, di cambiare ciò che c’è di sbagliato nel mondo. La poesia è politica e una poesia che non è rivolta al sociale è terribile». A intervenire durante l’incontro anche un coinvolgente Lello Voce, direttore artistico del festival e docente di lettere: «Io e Chiara siamo al completo opposto nella preferenza di generi musicali, lei ascolta e diffonde il metal, io il rap, ma su un fatto fondamentale siamo sulla stessa lunghezza di pensiero. L’arte è assunzione di responsabilità civile e politica. La stessa scelta di portare oggi qui una scrittrice dai colori e toni così forti in un’istituzione scolastica è rischiare, è fare una precisa scelta politica».
A intervenire anche gli studenti: «Non siamo tutti così, siamo capaci di riflettere, purtroppo la maggior parte di noi non è capace o non vuole avere uno spirito critico. Non possiamo essere tutti perfetti e non possiamo risolvere e cambiare le cose». «Noi non possiamo cambiare il mondo con un clic, non possiamo fare nulla direttamente per l’Africa, o per qualsiasi altro problema sociale di ampia portata – risponde ai ragazzi la scrittrice – ma il cambiamento avviene nello spazio di un metro quadro, bisogna migliorare la mattonella, non accettare passivamente le cose. Bisogna reagire, la reazione è già un fatto politico di per sé. In questo siete perfetti, anche partendo dall’incontro di oggi, in cui ci siamo arricchiti a vicenda. È anche con le parole, con la cultura, e quindi anche con la poesia che si dà uno strumento per reagire alle persone di fronte alla violenza, soprattutto dei mass-media, a cui sono sottoposte quotidianamente».
Organizzatore: Guido Conforti Evento: Happening
Quando: sabato 19 settembre 2009 alle ore 21.00 Dove: Teatro della Gioventù, via Cesarea, 14 [Genova]
Musicisti, cantanti, attori, poeti, ballerini e artisti di arti varie tutti insieme per sostenere l’associazione Creativi della notte, Music for Peace.
L’associazione utilizza la musica e gli eventi artistici in genere per svolgere azioni di sensibilizzazione del pubblico sui temi della pace, dell’uguaglianza tra i popoli e della concreta solidarietà alle popolazioni più pesantemente disagiate; dal 1994 ad oggi Music fo Peace ha svolto missioni umanitarie in Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Palestina, Sri Lanka, Sudan, Saharawi, Gaza a Abruzzo.
Nuovi autori Poeti dissidenti, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo
Versi che parlano anche al movimento: «Ci sognavate tutti tronisti e veline. Vi sbagliavate»
Lo scandalo della poesia che si permette di fare politica
Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro poeti a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Alla crisi della politica questi giovani poeti offrono una direzione verso cui guardare.
Da leggere – Voci critiche per sonetti e poemetti
Voci giovani di poesia, poeti se non militanti, ma molto critici con l’omologazione culturale, il degrado del linguaggio e dei valori. Parliamo di Stefano Sanchini che ha all’attivo la raccolta «Interrail» (Fara), Danni Antonello, che ha pubblicato il poemetto politico «Italia», di Matteo Zattoni, che ha tre raccolte in libreria («Il nemico», Il ponte vecchio, «Il peso degli spazi», LietoColle e «L’estraneo bilanciato», Stampa); infine di Chiara Daino, autrice del romanzo «La merca» (Fara).
La sinistra – Dov’è finita la questione culturale? Chiedono i quattro autori.
Dietro la grande rappresentazione della banalità omologata italiana, cresce e si sviluppa una nuova generazione di poeti italiani. Nati a cavallo tra gli anni ‘70 e i primi ‘80, studiano Pasolini, criticano il presente, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo. «Profanare il tempio delle banalità di massa con lo scandalo della poesia. Oltraggiare l’epoca a colpi di amore». La sinistra dovrebbe saperli accogliere, promuovere, incoraggiare. Non lasciare disattesa proprio la gramsciana «questione culturale» di cui invece si appropria la destra, con i vari Dell’Utri, Crespi e Davide Rondoni. È sempre una violenza costringere la poesia a categorie di lotta politica; ma pure questi giovani scrittori molto avrebbero da dire ai ragazzi che si sono riconosciuti nello slogan: «Ci sognavate tutti veline e tronisti: vi sbagliavate».
Pensiamo al marchigiano Stefano Sanchini (1976), il cui esordio risale al 2008, con la raccolta Interrail (Fara) e con il poemetto di teatro in versi Via del Carnocchio, roversianamente ciclostilato in proprio ed altrettando distribuito. Immaginiamolo in piedi, dunque, nel mezzo di un incontro pubblico, scandire con voce di fuoco: «aspiro ad essere / l’anello malato della catena di montaggio / aspiro alla solitudine e all’ingiuria / ho paura, certo / il sogno era un altro e c’erano gli altri / con il loro viaggio a incontrarsi / che vivi siamo in questo tempo / ma dove sono gli altri? Dove / le provviste?».
Danni Antonello (1978) è invece un giovane poeta veneto, traduttore dal francese, direttore della piccola ma sempreverde casa editrice La spina, in provincia di Padova. La sua parola, orfica e incivile, ci ricorda Dylan Thomas, Jean Genet, Rimbaud, la sua rivolta è anarchica e individuale: «come il gabbiano che controvento / cede alla raffica e vira». Maleggiamolo anche dal poemetto politico Italia, stampato dall’Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione: «In viale dei tigli ad ogni tiglio sta appesa una corda, / spessa quanto forte quanto duro è il collo spezzato / dell’uomo che ha impiccato: l’antifascista, il partigiano / che un secondo prima di morire muto come l’orgoglio / dentro di sé ha pensato: / “Non basteranno tutti i tigli del mondo / per impiccare un popolo”».
Del lombardo Matteo Zattoni (1980), già uscito con Il nemico (Il ponte vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005) e L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009), ha già ben scritto Gianluca Pulsoni: Zattoni «legge il mondo come luogo del pensiero e del possibile recuperando il desiderio poetico e “politico” di tornare a percepire la realtà nel suo dinamismo dialettico. Per esprimere, nel suo realismo, l’immagine come contenuto di verità e domanda». (La Gru n.5, luglio 2008). È vero, se nella silloge dall’evocativo titolo situazionista Il mondo senza spettacolo il poeta profana il dogma del controllo securitario e finanziario («Adoro sorridere dentro le banche / alle loro telecamere, alla ricerca del piccolo / particolare l’idiota mi scruta con grande / attenzione, forse allerta il servizio / d’ordine – cos’avrà quello / da sorridere?») e amaramente ci interroga: «come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo neanche più a cambiare / canale (…)?».
Infine spostiamoci a Genova per incontrare Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l’io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale: «Questa è la generazione di Jenny. Meditate, genitori, meditate. Pensierino del giorno: le cellule impazzite della generazione, da voi generata, dovrebbero impedirvi di dormire sereni (…), il frutto del vostro ventre si getta dal palazzo più alto perché ha preso solo un 27 all’ultimo esame e non vi ha resi abbastanza orgogliosi: non ha compiuto “il suo dovere”».
Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro, di una lunga lista di nuovi autori a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Insomma, torni la sinistra ad investire sulla cultura: alla crisi della politica omologata e scollata dal reale, questi giovani poeti italiani sanno rispondere, offrendo, se non ancora una risposta, una direzione verso cui guardare. Ascoltiamoli.