La forza del vampiro è che nessuno crede nella sua esistenza [ Bram Stoker]
Martedì 10 novembre (dalle 18.30 alle 20) Chiara Daino sarà presente al Blu di Ravecca, nell’omonima strada del Centro Storico che collega Piazza Sarzano a Porta Soprana, per una nuova rassegna di poesia e canzone d’autore: aperitivi poetici, appuntamenti con poeti, cantautori, scrittori e performer che a partire da ottobre animeranno il locale.
… lo avevo immaginato che avrebbero fatto di tutto per difenderti
… è QUESTO il tuo sbaglio più grande… Credi che da sola non sappia difendermi?
MONFALCONE. Spesso nei festival di poesia e di scrittura ci si dimentica di quella parte di pubblico che invece dovrebbe ricoprire più importanza perché rappresenta il futuro: gli studenti, cioè quella parte di società su cui ricadranno e stanno già ricadendo le scelte politiche e sociali di oggi. La direzione artistica di Aboslute (Young) poetry ha avuto il merito di ricordarselo, inserendo tra le iniziative anche l’ Abosolute (Young) sKoll formato da tre incontri in diversi istituti superiori, il primo dei quali ha avuto luogo al liceo scientifico e classico Michelangelo Buonarroti di Monfalcone.
Tema dell’incontro Poesia e musica Heavy metal in cui una magistrale Chiara Daino poetessa e attrice, si è confrontata con i ragazzi di alcune classi superiori sul ruolo della musica (in particolare l’heavy metal) nella traduzione e poi nella trasmissione del messaggio di quei poeti che a scuola vengono insegnati e affrontati in modo convenzionale, senza dare seguito a un “reale spazio di riflessione”. Percorrendo questa idea, la giovane scrittrice (ventotto anni) ha presentato una serie di video con oggetto alcune classiche lezioni universitarie su alcune poesie e canti famosi (dall’Inferno Dantesco, alle poesie di Baudlaire, da Tasso a Pessoa) per poi metterli a confronto, attraverso l’ascolto del riadattamento in musica della stessa poesia, con alcuni video di gruppi della scena musicale internazionale Heavy metal (Metallica, Sepoltura, Motorhead), dimostrando come la musica heavy metal riesca molto più della scuola a trasmettere la cultura e la grandezza dei poeti studiati.
Secondo la poetessa, infatti, arrivare oggi ai giovani è difficile: le cause vanno cercate nella presenza di una barriera enorme tra gli studenti e i professori e nello stesso modo di insegnare da parte dei docenti che, senza cadere in generalizzazioni, dimenticano spesso che oltre spiegare la classica interpretazione di una poesia, dovrebbero riportare anche il potenziale espressivo delle parole: il suono, le emozioni, i sentimenti, la rabbia e il contenuto politico. Secondo la Daino, infatti, oggi la maggior parte dei ragazzi sta perdendo di vista tutto questo, complici in questo mass media e istituzioni, per rincorrere sogni e interessi sterili come quello di fare la velina o il calciatore, accettando tutto ciò che viene proposto senza reagire. «Siete una generazione che ha avuto tutto il superfluo, ma non il necessario. Vi stanno lobotomizzando facendovi credere che c’è sempre un lieto fine, che la massima aspirazione letteraria è Moccia e la musica migliore è quella Gigi D’alessio, vi stanno facendo violenza, togliendo lo spazio per rielaborare e reagire», spiega la poetessa. «Invece, la poesia (da quella contenuta in un libro o a quella racchiusa dentro una canzone) è dare voce a un sentire forte, è comunicazione di una rabbia che deve arrivare soprattutto ai giovani, altrimenti perde di significato, perché la poesia è amore del donare, di arrivare, di cambiare ciò che c’è di sbagliato nel mondo. La poesia è politica e una poesia che non è rivolta al sociale è terribile». A intervenire durante l’incontro anche un coinvolgente Lello Voce, direttore artistico del festival e docente di lettere: «Io e Chiara siamo al completo opposto nella preferenza di generi musicali, lei ascolta e diffonde il metal, io il rap, ma su un fatto fondamentale siamo sulla stessa lunghezza di pensiero. L’arte è assunzione di responsabilità civile e politica. La stessa scelta di portare oggi qui una scrittrice dai colori e toni così forti in un’istituzione scolastica è rischiare, è fare una precisa scelta politica».
A intervenire anche gli studenti: «Non siamo tutti così, siamo capaci di riflettere, purtroppo la maggior parte di noi non è capace o non vuole avere uno spirito critico. Non possiamo essere tutti perfetti e non possiamo risolvere e cambiare le cose». «Noi non possiamo cambiare il mondo con un clic, non possiamo fare nulla direttamente per l’Africa, o per qualsiasi altro problema sociale di ampia portata – risponde ai ragazzi la scrittrice – ma il cambiamento avviene nello spazio di un metro quadro, bisogna migliorare la mattonella, non accettare passivamente le cose. Bisogna reagire, la reazione è già un fatto politico di per sé. In questo siete perfetti, anche partendo dall’incontro di oggi, in cui ci siamo arricchiti a vicenda. È anche con le parole, con la cultura, e quindi anche con la poesia che si dà uno strumento per reagire alle persone di fronte alla violenza, soprattutto dei mass-media, a cui sono sottoposte quotidianamente».
Organizzatore: Guido Conforti Evento: Happening
Quando: sabato 19 settembre 2009 alle ore 21.00 Dove: Teatro della Gioventù, via Cesarea, 14 [Genova]
Musicisti, cantanti, attori, poeti, ballerini e artisti di arti varie tutti insieme per sostenere l’associazione Creativi della notte, Music for Peace.
L’associazione utilizza la musica e gli eventi artistici in genere per svolgere azioni di sensibilizzazione del pubblico sui temi della pace, dell’uguaglianza tra i popoli e della concreta solidarietà alle popolazioni più pesantemente disagiate; dal 1994 ad oggi Music fo Peace ha svolto missioni umanitarie in Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Palestina, Sri Lanka, Sudan, Saharawi, Gaza a Abruzzo.
Nuovi autori Poeti dissidenti, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo
Versi che parlano anche al movimento: «Ci sognavate tutti tronisti e veline. Vi sbagliavate»
Lo scandalo della poesia che si permette di fare politica
Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro poeti a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Alla crisi della politica questi giovani poeti offrono una direzione verso cui guardare.
Da leggere – Voci critiche per sonetti e poemetti
Voci giovani di poesia, poeti se non militanti, ma molto critici con l’omologazione culturale, il degrado del linguaggio e dei valori. Parliamo di Stefano Sanchini che ha all’attivo la raccolta «Interrail» (Fara), Danni Antonello, che ha pubblicato il poemetto politico «Italia», di Matteo Zattoni, che ha tre raccolte in libreria («Il nemico», Il ponte vecchio, «Il peso degli spazi», LietoColle e «L’estraneo bilanciato», Stampa); infine di Chiara Daino, autrice del romanzo «La merca» (Fara).
La sinistra – Dov’è finita la questione culturale? Chiedono i quattro autori.
Dietro la grande rappresentazione della banalità omologata italiana, cresce e si sviluppa una nuova generazione di poeti italiani. Nati a cavallo tra gli anni ‘70 e i primi ‘80, studiano Pasolini, criticano il presente, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo. «Profanare il tempio delle banalità di massa con lo scandalo della poesia. Oltraggiare l’epoca a colpi di amore». La sinistra dovrebbe saperli accogliere, promuovere, incoraggiare. Non lasciare disattesa proprio la gramsciana «questione culturale» di cui invece si appropria la destra, con i vari Dell’Utri, Crespi e Davide Rondoni. È sempre una violenza costringere la poesia a categorie di lotta politica; ma pure questi giovani scrittori molto avrebbero da dire ai ragazzi che si sono riconosciuti nello slogan: «Ci sognavate tutti veline e tronisti: vi sbagliavate».
Pensiamo al marchigiano Stefano Sanchini (1976), il cui esordio risale al 2008, con la raccolta Interrail (Fara) e con il poemetto di teatro in versi Via del Carnocchio, roversianamente ciclostilato in proprio ed altrettando distribuito. Immaginiamolo in piedi, dunque, nel mezzo di un incontro pubblico, scandire con voce di fuoco: «aspiro ad essere / l’anello malato della catena di montaggio / aspiro alla solitudine e all’ingiuria / ho paura, certo / il sogno era un altro e c’erano gli altri / con il loro viaggio a incontrarsi / che vivi siamo in questo tempo / ma dove sono gli altri? Dove / le provviste?».
Danni Antonello (1978) è invece un giovane poeta veneto, traduttore dal francese, direttore della piccola ma sempreverde casa editrice La spina, in provincia di Padova. La sua parola, orfica e incivile, ci ricorda Dylan Thomas, Jean Genet, Rimbaud, la sua rivolta è anarchica e individuale: «come il gabbiano che controvento / cede alla raffica e vira». Maleggiamolo anche dal poemetto politico Italia, stampato dall’Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione: «In viale dei tigli ad ogni tiglio sta appesa una corda, / spessa quanto forte quanto duro è il collo spezzato / dell’uomo che ha impiccato: l’antifascista, il partigiano / che un secondo prima di morire muto come l’orgoglio / dentro di sé ha pensato: / “Non basteranno tutti i tigli del mondo / per impiccare un popolo”».
Del lombardo Matteo Zattoni (1980), già uscito con Il nemico (Il ponte vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005) e L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009), ha già ben scritto Gianluca Pulsoni: Zattoni «legge il mondo come luogo del pensiero e del possibile recuperando il desiderio poetico e “politico” di tornare a percepire la realtà nel suo dinamismo dialettico. Per esprimere, nel suo realismo, l’immagine come contenuto di verità e domanda». (La Gru n.5, luglio 2008). È vero, se nella silloge dall’evocativo titolo situazionista Il mondo senza spettacolo il poeta profana il dogma del controllo securitario e finanziario («Adoro sorridere dentro le banche / alle loro telecamere, alla ricerca del piccolo / particolare l’idiota mi scruta con grande / attenzione, forse allerta il servizio / d’ordine – cos’avrà quello / da sorridere?») e amaramente ci interroga: «come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo neanche più a cambiare / canale (…)?».
Infine spostiamoci a Genova per incontrare Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l’io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale: «Questa è la generazione di Jenny. Meditate, genitori, meditate. Pensierino del giorno: le cellule impazzite della generazione, da voi generata, dovrebbero impedirvi di dormire sereni (…), il frutto del vostro ventre si getta dal palazzo più alto perché ha preso solo un 27 all’ultimo esame e non vi ha resi abbastanza orgogliosi: non ha compiuto “il suo dovere”».
Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro, di una lunga lista di nuovi autori a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Insomma, torni la sinistra ad investire sulla cultura: alla crisi della politica omologata e scollata dal reale, questi giovani poeti italiani sanno rispondere, offrendo, se non ancora una risposta, una direzione verso cui guardare. Ascoltiamoli.
«Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno!». È così, Gustave, per quanto sia dura da digerire. Anche se sei Flaubert in persona, è inutile imprecare! Respira, un respiro profondo, un respiro di profonda rassegnazione. E poi, rallegrati. Essere un Personaggio non è così divertente. Nessuno può tutto. Neanche tu, neanche io. E non ne posso più, credimi. È tutto sbagliato. Tutto. Tranne la tristezza. Che la bocca non dice. Non deve più dire. Né scusa, né grazie. È la perfetta tristezza di ogni Personaggio. Di ogni Personaggio che carisma una Vita Autonoma, senza maschere e con tutte le maschere del mondo. È la grazia di una tristezza autentica, amara e assoluta. Di cosa, dimmi, di cosa? Dimmi di cosa, piccolo e presuntuoso saccente, dimmi di cosa, patetica parodia di Mosè, dimmi di che cosa – deve ridere un Personaggio? Dell’Amore, certo. Dell’Amore si deve sempre ridere. Perché è ridicolo tutto questo Amore di cui parlate, parlate, parlate… Vi riempite le mani e le lingue con l’Amore, solo per sbatterlo e per sputarlo in faccia agli altri, a sfregio, solo per rimanere dalla parte dei buoni, dei salvatori. Quale Amore? Siamo seri, per una volta. Per una volta, facciamo questo gioco. Siamo seri. Seri come Personaggi, seri come Persone, seri come le Pupille di pietra. Congela tutto questo clima ipocrita dell’Italietta misera che manipola e mistifica. E basta! Basta con l’arte anonima, basta con l’arte senza artista, che basta così poco ormai per dirsi artisti. Non è divertente! Non lo è più, da quando avete ammazzato tutti, uno dopo l’altro. Li avete ammazzati, senza sporcarvi mai le mani. Quelle mani di miele corrotto, quelle mani viscose di muffa e ovatta liquida. Basta! Che non vi basta mai! Mai sazi dei nostri sacrifici! Ora, basta! L’Io NON è morto: l’avete ucciso con le vostre menate! Sparite o tacete! Un minimo di dignità – e risparmiateci l’allacrima coccodrilla! L’Ego si è suicidato perché non vi sopportava più! Siete troppo vecchi per morire giovani. Almeno un briciolo di rispetto per chi spala la vostra mole di merda! I nostri sono giochi pericolosi e giochi seri, seri come le statue ormai lise – da tutte quelle vostre mani unte e prepotenti. Come statue deturpate, per la noia di qualche vandalo, rimaniamo saldi – ma basta sconti! Scendete da quei dannati piedistalli e pagate, pagate le statue che avete sfigurato! Pagate le vostre Puttane! Perché un Personaggio è una Puttana! Hai avuto quello che volevi. E ora: paga! Noi che non abbiamo un solo Io, ne abbiamo centinaia, migliaia, Noi tutti abbiamo scelto! E abbiamo scelto di vivere da Puttane, ma senza mecenati-papponi. Abbiamo recitato, redatto, resistito. Abbiamo ridotto i bisogni al minimo. Disperati prima, disillusi poi, abbiamo piagato rotule e scalato tetti, patito la fame e bruciato ponti. Abbiamo pagato tutto, sempre, a pelle. Non abbiamo più salute fisica né mentale. Non godiamo più, ma se potete e volete godere: pagate! Anche l’anima vi abbiamo dato e dedicato e devoluto, ma non è stato abbastanza. Non è mai abbastanza, per voi. Continue prove di coraggio e non un solo compromesso. Non è abbastanza. Abbiamo abbassato la testa a testa alta: sconfitta dopo sconfitta. Tutto, senza riserve. Senza scorte. Dritto, di taglio, affondo. Altro da dire? Da dimostrare? È abbastanza? Dimmelo tu! Ti è piaciuto dare addosso all’untore, sentirti sano e dalla parte dei buoni? Ora paga! Non pensare che un Personaggio si accontenti dei lividi! Ora paga. Paga il prezzo che devi! Paga i tuoi scheletri e i tuoi armadi, dopo che hai razziato i miei sogni e i miei cassetti! Complimenti e condanne, consigli e critiche non bastano più! Non dopo il 9 maggio 1921, almeno, non da quando – sciamo scesi, strappando i fili, dal vostro teatrino di burattini. E siamo scesi in strada e dalla strada abbiamo imparato. Se sgarri, paghi. Se consumi, paghi. Siamo le Puttane che devi pagare, per sentirti migliore, per sentirti potente, per fingerti dio. Non è più un problema nostro quale sia il vostro ruolo. Paga. In contanti. Paga il tuo capro. Paga che è arrivato il momento del conto. Che comunque devi pagare il biglietto. Protesta, diffama, chiama i tuoi amichetti e gridate pure, tutti in coro: “Manicomio! Manicomio!”. Non uscirete da questo Casino, senza prima avere pagato. Ti sbarro il passo io per prima, da gran Puttana e Fiera di essere il Personaggio in Persona. Ascolta bene, con attenzione, chi canta per quella Puttana di Emma, per ogni Puttana che Impersona, perché tu paga – che noi si prega. Siamo tutti qui per salmodiare il vangelo dell’Iguana:
Tu che mi affoghi gli occhi senza fine
Tu sei felice quando divento una furia
Tu non mi ami, ma non mi lascerai stare
Non mi amate, ma non mi lasciate essere
Non sei mai stanco di farmi male?
Non siete mai stanchi di ferirmi?
Devi essere davvero convinto
che il sorriso NON MI DONI
perché in tutto questo tempo
non hai mai permesso che ne vestissi
NEANCHE uno – un solo sorriso
Penso, provo, ripenso
come può essere…
Metallo freddo, questo pomeriggio
È meglio, meglio salvare un albero…
Non sprecare carta, tempo, fiato. Abbiamo ascoltato: predicatori e coglioni, geni e babbei, fornitori e fruitori. Abbiamo assorbito: ogni genere di profezia, di prognosi, di postumi. Abbiamo esaurito tutti gli esempi. Avete distrutto i nostri futuri, appestato i nostri presenti per la gloria delle vostre gengive in bella mostra. Ci avete buttato nell’arena per divertirvi, per distrarvi. E i nostri cadaveri puzzano più degli altri, ammorbano l’aria perché non muoiono. Siamo già morti. Siamo i vostri incubi. Potete giurarci: avremo la nostra vendetta. E pagherete con la vita: una vita lunga, lunghissima, infinita,… Vivrete tanto, così tanto, da non poterne più! Lunga vita! Lunga vita a voi! La vita più lunga possibile perché ogni giorno e ogni notte dovrete pagare. Pagherete gli occhi di Luigi e di Luigi, gli occhi di Kurt e di Karen, di Cesare e di Emilio, di Anne e di Sid, e di tutti – quelli che avete succhiato e sputato! Vi è piaciuto? Ora leccate bene la canna del Metallo, sentite il sapore della polvere, sentite che è ancora caldo, sentite che è un rosso fresco, e vi tremi la vita che ci avete negato:
E vi saluto, e vi chiedo come state?
E vi mando un sorriso!
Non sprecate il fiato è fiato sprecato
NON spreco il mio odio – per voi
NON sprecherò questo mio odio
NON spreco il mio odio – per te
credo che lo durerò per me
niente più macelli, non più
non ho più tempo per aiutarti a fare punti
credo sia tempo di fare: come più ti piace
come vi pare…
Buongiorno. Com’è?
E vi lascio un sorriso!
Non sprecate il fiato è fiato sprecato
Non sprecherò il mio odio – per voi
Non sprecate il fiato è fiato sprecato
Non spreco il mio odio – per voi
Non sprecherò questo mio odio
Non spreco il mio odio – per te
Astio! Fiele! Odio! Bile! Disprezzo!
Adesso, credi di essere – degno?
[credi DAVVERO di esserne degno?]
Credi che basti alzare la fronte
e ridere e sussultare quella bifida corona?
Levati il cappello – e conta gli schizzi di sangue! Hai il corpo coperto di sangue, gromme di coaguli. Secchi. Li vedi? Li sai chiamare per nome? Come puoi dormire? Se mi spacchi le ossa, se mi cavi il cuore, se mi spari alle gambe e mi tagli la gola, come puoi non sapere il mio nome? Come puoi non sentire il Bene che ti denuncia: ‘sono anni che prendo a calci in culo me stesso. Così mi son fatto fuori!’. Come puoi dormire quando Kurt prende a testate il Marshall? Come potete dormire quando Emilio vi ricorda: ‘a voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna’. Come si può? Non ho mai capito come, ma continuate a dormire, da bravi. Fate la nanna, vi siete lavati i denti? Da bravi, continuate a dormire, che vi rimbocco le coperte. Da bravi, avete spento tutte luci? Fate i bravi e dormite sereni, riposate che la scuola è finita. Domani niente sveglia, da bravi, ragazzi, posate il pallone e andate a dormire. Da brave, ragazze, smettetela con queste fantasie e andate a dormire. Dormite, continuate a dormire, avete detto le vostre preghiere? Dormite, dormite, tornate a dormire: è stato solo un brutto incubo.
Ora posso. Ora rilasso [il mio fegato grosso, il mio stomaco sgombro]. Ora mi stuzzicadento le zanne. Ora: la mia vita non è mai stata così Chiara [come dedicò l’hip-hop di un Amore Passato, come non ti dimentico – anche per quei Two Fingerz offerti alla fanatica metallara metallifera: in fondo non hanno più suono quelle Due Dita in gola… E lo sai: questo è il mio saluto per te]. Ora: è passato. Anche il Palco del Poetry Slam. E ora ti dico perché. Nel nome del Padre. Perché ero su quel Palco. Nel nome del Padre. Perché era in platea, perché era parte del pubblico. Mio Padre. Nel nome che mi cognoma. E mi consuma. Dimostrare: di essere. Degna di lui. Orgoglio, per lui. Nel nome del Padre che non c’era [mai]. Ma Milano è Grande. E la piccola Dama patologica era faccia tra le facce – sul giornale. E la Dama problematica era foto [segnaletica/segnalata] sul settimanale letto nello studio [medico] di suo Padre. Nel nome di chi: l’ho portato il mio residuo, i miei respiri – epatopatici – nei lidi milanesi. Nel nome del Padre. E ho pregato: era troppo presto. E lo sapevo. Era poco dopo il mio “mancato decesso”, dopo il frullato di fegato. Dopo il “Giallo di Dio”, dopo il canto di Vincent che taglia l’orecchio l’occhio occluso, nell’incubo anteriore, postribolo di postumi. Nel nome del Padre. E quanto non dormire e tutto quel tremare di gambe [che neanche nelle nebbie degli anni – nel quando fu: debutto] e mani e muscoli e nevrosi. Nel nome del Padre. Smettere di bere e sostituire Cuba a Caffè, Red Russian a Red Bull. El tun tun de mi corazón: mi alleno all’infarto che centimetro/centellino che causa l’ennesima cuccuma, complice e carnefice. Cavo calorie. Nel nome del Padre. E benedire l’Umanità Poetica [Unica Preziosa poesia-in-atto: un abbraccio vero, vivo – dei tanti, di quelli che. Porto di grazia. E lo sanno]. E maledire malelingue salottiere, al solito: ingoio. Nel nome del Padre. E presto ogni sputo troverà il tragitto più tosto, ratto per risalire dalla Tonaca [mucosa] alla Trachea [tronca il triangolo, la piramide del putrido pettegolezzo/parolezzo/paroressia!]. Vecchia novena. Nel nome del Padre. Coccolo l’enfisema con tabacco – secco in gola. Nel nome del Padre. Sgrano grazie che non ho reso a pieni polmoni e stendo per scritto: e non elenco. Voi eravate [lì] e siete [qui]: nell’ancora dell’anima. Nel nome del Padre. Stanca di sgranare, di scommettere: quanti giri di carte, di quadrante – mancano prima che. La clessidra capovolta consunta curata cassata. Nel nome del Padre. A voci spente. Arriva, alla fine, arriva Artaud e ritorno da dove sono partita. Da Genova, da dovunque. Che comunque resto nei miei doppi, nei miei multipli nei miei alteri, che comunque resto da sola e resto solo io: mio padre, mia madre, mia figlia, mio marito. Ecatombe di famiglia. Infine arriva anche Godot, nell’Assurdo che ora è: Assoluto. Il corpo sciolto è uno – e non devo. Non più. Dimostrare. La mia molta merca.
Fine dei giorni/dei giochi astemi! Cameriere, un altro Daiquiri, per favore! In nomine Patriset fillii et Spiritus Sancti.
Amen
MILANORESSICA I
[la protesta dello stomaco]
No! Milano! Non dico! Dico dimentico! No! Milano, No! Non mi presento! Non io, non mi fermo a pranzo!
Non placo non poeto non politico! No! Milano! Non fanatico forse farnetico! forse non dico se taccio l’arma l’amara l’impresa la pratica trita di cavallier di coppe+moneta? No! Milano, non tocca! Non tocco, ti succhio! alla goccia!
Ti dico: son qui!chi è là? Belva che passa spoglia carcassa ti fissa, processa: sono la Fiera di Milano! Ti chiamo, ti cerco [e+ti trovo!], sono la tua Fiera il tuo verme – il tuo demone, detta la Bestia detta la Fiera, sono le tue tre teste, le tue tre gole, una mangia una mastica l’ultima sputa! E poi? Si regola, vomita tutta la verità! no Milano, stai ferma! Spegni le voci e ascolta!
Milano agita, Milano agìta, Milano infetta: quale bocca spalanca? Milano la vedi, Milano è la punta del Duomo è la, quella piccola Dama che prega – ti piaga! Milano: nuda la gola!– o caga la favola! la parola Diavola! intona la facciata? Mi faccio schifo per quanto ti amo, ma tanto ti vedo! vedo tutti i miei fratelli, ciglia e flagelli, pelle+ossa senza più sesso. Invidia degli angeli e cena di carnefici! Un brindisi!Ai riti! O stillicidi! Ai tuoi rifiuti, ai figli fragili, mai così deboli [come li credi e non ci credi – ti ostini! sono tutti scelti i nostri suiciditutte scelte le nostre rivolte/ribalte di stomaco/di panico!]
ti dico non vedi morti lenti non vedi, i cappi in casa, non vedi i tuoi +muri miopi muti come mummie come le mamme mute di serpente misere mamme tossiche mamme di plastiche mamme di bisturi mamme mignatte mamme meschine ipocrite maledite(!) la moda(?), le perle dei porci papà paupula papà predica papà in poltrona papà pappagalla papà parla papà papponi papà perduti peni papà penati papà e quali presenti papà?, quali padri presenti, padri padroni di Milano tra palanche e panchine muore il piccolo popolo delle piccole pietre! porta il chiodo, porta la croce porta la peste porta paura. Perché piangi? Non mangi? Mi mangi? Mi stupri e non vedi – nei tuoi salotti buoni: a Milano si muore bene. Nel cesso di lusso………………………………………………………………
Milano io sono l’assassino che ti complica la domanda e non ti
Risparmia la risposta: la fiera è nuda si vede nuda senza veste
la lama, la cicatrice – Milano – è cornice è grande la presa per
le pupille. E in casa? Dimmi, Milano: Dormi? / Vivi? / Ignori! /
giudici! Siete sazi? Mai stanchi! voi santi voi satiri che ci fate
a pezzi e i cocci sono qui – candide carogne di figlie e figli –
destini dannati e detriti, delle tue violenze velate e impunite.
Non sono qui per farti piacere
non sono qui per farmi volere BENE Milano fammi il favore: dormi
continua a dormire! Sonni – sonniferi di santi sicari silenti – spegni
le mie sibilanti. E SPIRA! Non dico a te. Non dico per te. No Milano
Io non vinco. No Milano, pure tu: hai perso! Fine dei giochi.
Attenta a te, Milano, attenta tu che tenti di truccare i teschi!
Attenta tu che attacchi tacchi, attenta ai tacchi che attacchi!
Io sono la Fiera – che attacca! NON baratto e – ti tarocco la meccanica TIChe te TAChet e attenta il tempo termina e il passo è pendola è traccia
attenta a te! a chi attacca a chi sfregia – in segna – la tacca
su tutti i tombali
odiaci tutti! Chi sono i cattivi? attenti a tuttiper tutti – i figli
che attacchi, che appendi, confondi / e / costringi / nella teca
di una fossa attenta! Milano! Allo scalo che attracchi alla Fiera
che ti scavi la fossa che ti scavo il cranio,
e+col tacco a spillo, ti sfondo il – CUore!
Il settimanale femminile del Corriere della Sera, Io Donna, organizza un poetry slam nazionale a tema (MILANO) al Teatro No’hma, via Orcagna 2, il 24 giugno, alle ore 21 [Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti].
Si chiama “Poetry Slam” ed è nato a Chicago nel 1987. Da allora questa singolare sfida a colpi di versi è dilagata in America prima di approdare in Europa e trovare fan soprattutto in Germania.
«Lo “Slam” è un modo assolutamente coinvolgente di proporre la poesia ai giovani, una maniera inedita e rivoluzionaria per ristrutturare i rapporti tra poeta e pubblico» chiarisce Lello Voce, pioniere che ha portato anche in Italia la competizione: nel 2001 a Roma, il primo “Slam” made in Italy. E il nostro Paese, sebbene sia arrivato in ritardo, non si è fatto pregare a decretarne il successo.
Ma in che cosa consiste la gara? «I poeti leggono sul palco i propri versi e vengono valutati da una giuria composta estraendo a sorte cinque elementi del pubblico. Dirige lo scontro uno Slammaster, l’Emmcee (Master of Ceremony), come dicono in America, termine che viene dallo slang Hip Hop» spiega ancora Lello Voce.
“Io donna” ha così pensato di organizzare un “Poetry Slam” a Milano, il 24 giugno al Teatro No’hma. Ci siamo affidati all’Emmcee Lello Voce che ha chiamato a raccolta 13 giovani poeti da tutta Italia, invitandoli a creare versi su un tema specifico: Milano. Una specie di Grand Tour in versi, la città vista con gli occhi di chi ci vive e di chi viene da fuori. Tempo massimo di ogni performance, tre minuti. E per ogni esibizione, il voto dei giurati scelti tra il pubblico.
Reduce da quello che [ mi piace chiamare: ] ”il giallo di Dio”, ritorno e ringrazio: Daniele Assereto, Guglielmo Amore e Luciano Zambito – per il supporto [ sonoro e sensibile ].